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LO
STRANO CASO DEL COLONNELLO CHE VOLEVA (ANCHE LUI) LA
BOMBA di
Pubblicato
su Il Venerdì di Repubblica, 20 novembre 2009 Il
suo
cellulare è un disastro. Prima un eco, poi un crepitio. La
comunicazione torna
chiara per qualche minuto, poi il crepitio riprende.
“Chiudiamola qui”, fa Mr.
Abushady, con il tono di chi è sulle spine. Quella
di avere il telefono sotto controllo è una loro fissa. O,
meglio, un
sospetto fondato. “Pensi che io non ho mai lavorato nel
dipartimento più
sensibile: quello delle Safeguards, che si occupa delle ispezioni in
Iran”, ci
aveva detto tempo prima un suo collega
dell'Agenzia internazionale per l'energia atomica
dell'Onu (Aiea),
“eppure verso la fine ho saputo che il mio telefono
è stato ascoltato per anni
dall'intelligence di tre paesi”. Con Abushady concordiamo un
incontro a
quattr'occhi in Italia. Ed è qui che lo incontriamo, mentre
è ospite di “Scienziati
per il disarmo”, una delle
pochissime élite italiane che, lontano dai riflettori,
lavora per la riduzione
degli armamenti. Egiziano, 61 anni, Yousry Abushady ha passato una vita
all'Aiea. “Venticinque anni: dall' '84 al giugno
2009”, racconta, “ero alle
Safeguards: l'unico ispettore che ha visitato quasi 40 paesi e 400
installazioni nucleari”. Tutto comincia con una laurea e un
dottorato in
ingegneria nucleare. Neanche trentenne, è già a
Saclay a lavorare per i
francesi. Sono gli anni '70. Anni turbolenti. Francia e Italia hanno
attaccato
a fare affari con Saddam: vendono tecnologia atomica sensibile. Troppo.
E il
Mossad non sta a guardare. E' il 1980, una bomba esplode negli uffici
della
Snia Techint a Roma, una delle aziende italiane che più
traffica con l'Iraq.
Mentre in un albergo di Parigi un grosso esperto nucleare egiziano al
soldo
degli iracheni, di nome Yahya Elmeshad, viene ritrovato in una pozza di
sangue.
Ha la testa spaccata e il corpo ridotto a un ammasso sanguinolento:
è stato
ammazzato a manganellate. “Fu un grande shock”,
racconta, “Elmeshad era il mio
professore, avremmo dovuto incontrarci a Parigi il giorno
dopo”. Nel 1982
Abushady è in Libia. Gheddafi vuole un programma nucleare a
tutti i costi. Ha
soldi. Tanti soldi. Tecnologia russa e della Germania dell'est, ma i
tecnici libici
non sono all'altezza: il Colonnello arruola cervelli all'estero,
allettandoli
con offerte a cui non possono dire di no. Abushady finisce a Tripoli e
per lui
non è difficile emergere: arriva ai vertici scientifici,
10mila dollari al mese
e vita blindata. Guardie del corpo che lo seguono ovunque. Per il suo
bene,
ovviamente... A Tripoli, però, tira un'aria bruttissima. Un
giorno, due dei
suoi studenti, che non tifano per il regime, finiscono impiccati sulla
piazza
dell'università, altri si perdono per sempre nelle carceri
del Colonnello,
senza che lui possa muovere un dito per aiutarli. A quel punto apre gli
occhi e
in lui si fa strada una certezza: se Gheddafi fosse arrivato alla
bomba, “la
minaccia più grossa e immediata sarebbe stata per il mio
paese, l'Egitto,
ancora prima che per Israele”, racconta con il tono di chi si
toglie un peso
dalla coscienza. “Questa storia mi turba ancora”,
confessa, “ma prima o poi
doveva venir fuori”. Passano
due anni e Abushady è già determinato a fuggire
via dalla Libia, ma per uno
nella sua posizione non è uno scherzo. L'occasione gli viene
servita su un
piatto d'argento: nel 1984 l'Aiea gli offre un posto. E'
solo un'offerta a un tecnico capace o è la mossa
azzeccata di una manina che vuole sfilare via un cervello per
boicottare il
programma di Tripoli? Sia come sia, Abushady coglie al volo
l'occasione. Mentre
è a Vienna, in missione per conto dei libici, ingurgita
tanto di quello
zucchero da finire in ospedale. E' diabetico: lo zucchero per lui
è un veleno.
Quando la moglie lo raggiunge per assisterlo, riescono a scappare
insieme
dall'ospedale viennese, nonostante le guardie del corpo. “Ho
vissuto per 5
settimane in uno stato di semiclandestinità”,
racconta. Aveva paura di essere
liquidato da qualche killer assoldato dai libici. Poi, però,
il suo status di
diplomatico Onu lo rassicura: ormai è all'Agenzia. Per
Abushady inizia la
seconda vita. Piena di avventure ancora più della prima.
Come quella volta che
si ritrovò a Baghdad, nell'agosto del '95 con un team di
ispettori che doveva
venire a capo del programma nucleare di Saddam. Avevano stanato 1
milione di
pagine di documenti segreti: disegni, formule e progetti chiusi dentro
delle
casse metalliche, che il dittatore pazzo aveva fatto nascondere in un
allevamento di polli. Blindati in un albergo a prova di spionaggio
elettronico,
ad Abushady e a un suo collega toccò leggere quelle carte in
appena 30 giorni.
Un massacro. Di quell'esperienza non dimentica due cose: il tanfo
insopportabile dei documenti e la fatica: “In un mese arrivai
a perdere quasi
12 chili”. |