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COSSIGA
TOP SECRET Le
operazioni coperte dell’intelligence. E l'intervento Usa per uscire dallo
scandalo Eni-Petromin. Tra summit e un dossier segreto DI GIANLUCA DI FEO E STEFANIA MAURIZI
Con
queste premesse si arriva alla visita di Cossiga negli Usa. E al vertice con Vance
riportato nel dossier finora segreto. Un incontro che si apre discutendo di
spionaggio. “Il segretario di Stato ha detto che diverse leggi hanno limitato le
operazioni di intelligence e le attività coperte. Stiamo rivedendo tutte le
regole per prendere atto delle nostre necessità e il presidente
Carter mi ha detto l’altra notte che le porterà al Congresso. Uno dei problemi è che l’attuale procedura...
rende le fughe di notizie molto più probabili. Ma in molti anni abbiamo avuto un’unica fuga di
notizie, quindi questo rischio potrebbe essere esagerato”. A cosa si
riferiscono? Una discussione accademica con un appassionato di 007come Cossiga?
O c’è il timore che possano trapelare informazioni su un’azione coperta che
riguarda l’Italia? L’ipotesi Gladio, operazione decisa e gestita in ambito Nato
e non americano, sembra
da escludere. E diventa ovvio pensare a qualche vicenda legata alla lotta al
terrorismo, italiano e internazionale. Ma il premier democristiano cambia argomento.
“Cossiga ringrazia Vance per l’intervento sui sauditi La situazione era molto complicata e delicata. Un serio
problema interno sia per l’Italia, sia per i sauditi. Gli italiani sono stati
molto attenti nel trattarlo per non
indebolire il governo saudita e far nascere sospetti su di loro in altre
nazioni. Cossiga dice di non avere risposto né alle domande del Parlamento, né
a quelle della magistratura non per proteggetegli italiani ma per prevenire
speculazioni sui sauditi". E il presidente del Consiglio pone sul tavolo
un episodio appena accaduto: la rivolta
islamica alla Mecca con il tentativo di abbattere la dinastia di Riyad (vedi
box). “Ci siamo preoccupati per le informazioni con cui alcuni paesi volevano
danneggiare i sauditi. Prima dell’attacco
alla Mecca, le radio di molti paesi arabi hanno criticato il governo Saudita per il contratto
petrolifero italiano”. Cossiga
quindi chiede il massimo sostegno non solo per aiutare l’Italia ma anche per
evitare guai ai sauditi da potenze esterne. E Vance replica: “Abbiamo parlato
con Yamani (il ministro saudita del petrolio): se il problema potrà essere
eliminato, loro sono pronti a firmare un nuovo contratto”. Dalle parole degli
americani, la tangente sembra più un affare italiano che saudita. Anche l’ambasciatore
Gardner insiste: “I sauditi vogliono che
prima venga messo a tacere lo scandalo, poi riprenderanno i rapporti con l’Italia”.
Cossiga riferisce di poter chiudere la questione
“entro un mese". Promessa mantenuta: Eni-Petromin è rimasto un
mistero. Il summit prosegue con argomenti strategici. Dalle forniture nucleari
italiane ai paesi arabi ai rapporti con la Libia. Ma a un certo punto Cossiga
sottopone una questione che -sta a cuore al suo collegio elettorale: “il Pecchorino",
come recita testualmente il documento. Sì, il pecorino |sardo: “Quello
esportato negli Usa è sottoposto a un dazio del 9 per cento, mentre| ;
il formaggio bulgaro
e romeno pagano di meno. Che deve fare l'Italia: aderire al patto di Varsavia
per ottenere un trattamento | migliore.sul formaggio?”. E poi tornano a discutere
di trame planetarie. La rivolta che creò Al Oaeda E’ l’episodio meno noto nella storia dell’islamismo
radicale. La rivolta che nel 1979 permise a un gruppo estremista di
impossessarsi della Mecca e minacciare il regno saudita filo occidentale.
Adesso Newton Compton pubblica in Italia il primo saggio che fa piena luce
sulla vicenda, citata da Cossiga nel summit sullo scandalo Eni-Petromin. “L’assalto
della Mecca” è stato scritto da Yaroslav Trofimov. reporter del “Wall Street
Journal” specializzato in Medio Oriente. E cita un solo nome italiano: Cossiga
appunto, primo a complimentarsi con i reali per la fine dell’insurrezione.
“Quella fu la fiamma da cui è nata Al Qaeda”,
spiega Trofimov, “Per la prima volta le due componenti ideologiche del movimento
- quella dei Wahhabiti sauditi e quella dei Fratelli musulmani egiziani -si
unirono per un’azione armata. Fu il primo atto che impressionò una nuova
generazione di seguaci della Jihad come Osama Bin Laden e Ayman Zawahri che si ispirarono
a quei ribelli e furono colpiti dalla violenza con cui lo stato saudita
represse la rivolta nella città santa con l’aiuto degli infedeli”. Ma un raid
simile potrebbe accadere anche oggi? “I santuari della Mecca sono protetti
molto meglio: perdere il controllo della Grande Moschea sarebbe fatale per la
famiglia reale. Quello che sta accadendo ora in Arabia Saudita è una fase di
quiete nell’attività estremistica, in parte perché i proventi del petrolio
permettono al regno di sedare il malcontento con il denaro, in parte perché l’attuale
sovrano, Abdullari, è veramente popolare; viene considerato devoto e onesto. Ma
ha 84 anni e i suoi possibili successori non godono della stessa fama”. La
lezione della rivolta del 1979? “È una sola: in Arabia Saudita aspettatevi l’inatteso-. |