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TRA
GHEDDAFI E BERLUSCONI UN DISSIDENTE MORTO
Mohamed
Eljahmi non si rassegna. Vuole giustizia,
vuole la verità sulla morte del fratello. Fathi Eljahmi, il
più importante dissidente
libico adottato come
prigioniero di
coscienza da Amnesty International, è morto in circostanze
che vengono definite
“non chiare” il 20 maggio scorso. Era stato portato
in un ospedale di Amman,
in Giordania, per problemi di salute,
ma dalla Giordania è tornato morto. Come era arrivato in
quell’ospedale? Sessantotto
anni, ingegnere, il suo scontro frontale con il Colonnello comincia nel
2002, quando
è arrestato con l’accusa di spionaggio, per aver
invocato Costituzione, libertà
di voto e di stampa.
“Eljahmi era il tipico prigioniero di
coscienza: arrestato solo per aver espresso delle opinioni. Non aveva
mai
partecipato o promosso azioni contro il governo”, racconta
Heba Morayef dell’associazione
internazionale, Human Rights Watch, che ha seguito il caso.
“Fu tenuto in
isolamento, senza alcun processo per anni”, spiega,
“nel 2006 fu internato in
un ospedale psichiatrico”. Rilasciato
nel 2004 su pressioni americane,
appena liberato Eljhami riafferma in televisione il suo pensiero. E
viene
arrestato di nuovo. Nel maggio 2006, dopo un processo a porte chiuse,
viene dichiarato
incapace di intendere e di volere e, quindi, rinchiuso in un ospedale
psichiatrico dove trascorre circa un anno, non avendo contatti con la
famiglia
né con i suoi avvocati. Nel marzo 2008 Human Rights Watch e
l’associazione
Physicians for Human Rights (Phr, ovvero Medici per i diritti umani)
riescono a
ottenere il permesso di fargli visita al Tripoli Medical Center in cui
è stato
trasferito. Abbiamo rintracciato il dottor Scott Allen di Phr, che lo
visitò in
quell’occasione. Dal Cile di Pinochet fino
all’Afghanistan dei Talibani, Phr ha
una grandissima esperienza nel documentare scientificamente, con la
certezza
della medicina, le violazioni dei diritti umani. Racconta Scott Allen:
“Quando
visitai Eljahmi, constatai che riceveva delle buone cure mediche,
perché quello
di Tripoli era un buon centro, ma mi fu chiaro che non era sempre stato
così”. Stando
alla ricostruzione del medico, la Libia aveva probabilmente accettato
la visita
delle associazioni per i diritti umani proprio per dimostrare che Fathi
Eljahmi,
malato di cuore, iperteso e con un serio problema alle coronarie,
riceveva cure
adeguate. Ma, secondo
Allen, la sua salute era stata
messa a dura prova. “Lo avete quasi
lasciato morire per un cedimento del cuore”, fece notare il
medico alle
autorità libiche. Aggiunge:
“Non credo
si aspettassero che l’avremmo capito. Erano molto frustrati.
Ma continuavano a
ripetere che era libero di andarsene, quando era evidente che non lo
era
affatto, confinato
in quella stanza
d’ospedale”. |