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IL DOPPIO
GIOCO DI
GHEDDAFI di
Gianluca Di Feo e Pubblicato
su L’espresso, 27 agosto 2009 Montagne
d'armi per alimentare le
guerre africane. Vendute da italiani. Un regime che chiede tangenti su
tutti
gli affari. Ecco la Libia con cui Berlusconi stringe patti segreti. C'è un governo
affamato d'armi. Cerca arsenali
perché si sente debole dopo quarant'anni di regime e teme le
rivolte popolari.
E vuole montagne di mitragliatori per proseguire la sua spregiudicata
politica
di potenza che negli scorsi decenni ha contribuito a riempire l'Africa
di
guerre civili. Questa è la Libia che si materializza negli
atti della più
sconvolgente inchiesta sul traffico d'armi realizzata in Italia:
verbali,
intercettazioni, pedinamenti e rogatorie che raccontano l'ultimo
eldorado del
commercio bellico. E dove dignitari vicinissimi al colonnello Gheddafi
si
muovono con grande spregiudicatezza tra affari di Stato, interessi
personali e
trame segrete. Questa è la Libia dove si recherà
Silvio Berlusconi (scheda a
pag. 51), invocando accordi strategici per il rilancio dell'economia ma
soprattutto per stroncare definitivamente le partenze di immigrati ed
esuli
verso Lampedusa. Mentre dagli atti dell'indagine - come può
rivelare
"L'espresso" - spunta il nome del più importante ente libico
che si
occupa di quei migranti rispediti indietro dall'Italia. Deportazioni
che stanno
creando perplessità in tutta Europa e non riescono a
scoraggiare la
disperazione di chi sfida il mare e spesso muore nel disinteresse delle
autorità
maltesi. Prima
di Berlusconi un'altra incredibile squadra di imprenditori italiani era
corsa a
Tripoli per fare affari. Sono i nuovi mercanti di morte, figure inedite
e
sorprendenti di quarantenni che riforniscono gli eserciti africani di
missili,
elicotteri e bombardieri. E che passano in poche settimane dai cantieri
edili
alla compravendita di fucili d'assalto, tank e cannoni. Improvvisarsi
commercianti di kalashnikov è facilissimo: trovarne mezzo
milione sembra un
gioco da ragazzi. Ma tutto è a portata di mano: caccia,
radar, autoblindo. Si
va direttamente alla fabbrica, in Cina, nell'ex Urss o nei paesi
balcanici. L'importante
è avere le conoscenze giuste, conti offshore e una
scorciatoia per evitare i
controlli. Tutto documentato in tre anni di indagini dalla procura di
Perugia.
Tutto confermato nella sostanza - anche se non sempre nella rilevanza
penale -
dagli stessi interessati nei lunghi interrogatori davanti al pubblico
ministero
Dario Razzi. Un
filo di fumo Come spesso accade le grandi
trame hanno un
inizio banale, perso nella noia della campagna umbra. Nel dicembre 2005
i
carabinieri di Terni stavano indagando su un piccolo giro di hashish.
L'attenzione dei militari si è concentrata su Gianluca
Squarzolo, che lavorava
per una azienda insolitamente attiva negli appalti della cooperazione
internazionale: la Sviluppo di Terni. Soprattutto in Libia è
riuscita a entrare
tra i fornitori della nomenklatura più vicina al colonnello
Gheddafi. Ha
ristrutturato palazzi e ville. Merito soprattutto dei contatti che si
è saputo
costruire Ermete Moretti, vulcanico manager toscano. Al pm Razzi
racconta di
avere accompagnato uno specialista di ozonoterapia per curare il leader
massimo
della Jamairhia: "Anche solo a livello di fargli fare delle iniezioni,
sicuramente un bello screening me l'hanno fatto prima, per vedere se
ero una
persona di qualche servizio segreto". Come in tutti i paesi arabi,
anche a
Tripoli per fare affari ci vogliono conoscenze e mazzette.
Così Moretti non si
sorprende quando nel marzo 2006 gli viene proposto un nuovo business:
una
fornitura colossale di mitragliatori. A parlarne è Tafferdin
Mansur, alto
ufficiale nel settore approvvigionamenti dell'esercito libico, "vicino
al
capo di stato maggiore generale Abdulrahim Alì Al Sied".
Muoversi in
questo settore, però, richiederebbe figure con una certa
esperienza. Invece per
la prima missione viene incaricato Squarzolo che parte verso Tripoli
con un
piccolo campionario. Quando i carabinieri gli ispezionano i bagagli a
Fiumicino
invece dell'hashish trovano tutt'altra merce: un catalogo di armamenti.
Capiscono di essersi imbattuti in qualcosa di grosso: lo lasciano
andare e
fanno partire le intercettazioni. Che individuano gli altri soci. Mister
Gold Rock
C'è Massimo Bettinotti, 42 anni, radicato nello
Spezzino e abile nello scovare contratti bellici. C'è
Serafino Rossi,
imprenditore agricolo a lungo vissuto in Perù che legge
Jane's, la rivista
militare più autorevole, e tra una semina e l'altra sa
riconoscere ogni modello
di caccia. Il nome più misterioso è quello di
Vittorio Dordi, 44 anni, nato a
Cazzaniga in provincia di Bergamo e studi interrotti dopo la licenza
media. E
la sua carriera pare ricalcata da un romanzo. Racconta di essere
emigrato dalle
fabbrichette tessili lombarde all'Uzbekistan per costruire impianti e
telai.
Nel '98 apre un ufficio in Congo: spiega di essere stato chiamato dal
presidente Kabila per rivitalizzare la coltivazione del cotone. Ma la
sua
vocazione è un'altra. In Congo diventa una sorta di
consigliere del ministro della
Difesa, ottiene un passaporto diplomatico e la concessione per una
miniera di
diamanti. Nel 1999 a Cipro fonda la Gold Rock e comincia a muoversi sul
mercato
russo degli armamenti: "Diciotto anni di esperienza, sa: sono
abbastanza
conosciuto...", si vanta con il pm. La sua specialità -
racconta - è la
Georgia, dove si producono ordigni pregiati. Nell'interrogatorio cita
il Sukhoi
25, un bombardiere che è la fenice dei conflitti africani.
Un aereo corazzato,
progettato ai tempi dell'invasione dell'Afghanistan: robusto, semplice,
decolla
anche da piste sterrate e non teme né le cannonate
né i missili. Ogni tanto
stormi fantasma di questi jet, con equipaggi mercenari, spuntano
all'improvviso
nei massacri del continente nero. Anche in Congo, ovviamente. Dordi non
si
presenta come un semplice compratore: parla di un suo ruolo
nell'azionariato
delle aziende che costruiscono caccia ed elicotteri. Millanterie? I
depositi
bancari rintracciati dai magistrati a Malta, a Cipro e a San Marino
sembrano
indicare transazioni rilevanti e un tesoretto di 22 milioni di euro al
sicuro
sul Titano. Ma
le sorprese di Mister Gold Rock non sono finite. "Voi pensate a Dordi
come
a uno che vende solo armi, mica è vero", spiega al pm il suo
amico
Serafino Rossi: "M'ha detto che lui è socio di un grosso
costruttore
spagnolo, che fa strade, ponti, quello che stava comprando il Parma".
È
Florentino Perez quel costruttore spagnolo, deduce il procuratore: il
boss del
Real Madrid che ha speso cifre folli per la sua squadra stellare.
Perez,
racconta sempre Rossi, avrebbe investito forte in Congo e Dordi conta
di
lavorarci insieme, "visto che sono molto amici ". Assieme ai nuovi
sodali, Dordi discute anche qualche altro affaruccio: 50 mila
kalashnikov e
5000 mitragliatrici russe destinate "a un sedicente rappresentante del
governo iracheno" da spedire con "il beneplacito del governo
americano"; cannoni navali per lo Sri Lanka, elicotteri per il
Pakistan,
Mig di seconda mano dalla Lituania. Operazioni
coperte
Per uno come lui, i kalashnikov sono merce di
scarso valore. Ma sa che i libici cercano ben altro: venti anni di
embargo,
decretati dopo gli attentati di Lockerbie e Berlino, hanno reso Tripoli
ghiotta. Dordi spera di sfruttare i contatti partiti dall'Umbria per
strappare
qualche commessa più ricca. Descrive al pm nel dettaglio gli
incontri con i
responsabili del riarmo libico: vogliono apparati per modernizzare i
carri
armati T72, elicotteri da combattimento, missili terra-aria di
ultimissima
generazione. Insomma, il meglio per riportare l'armata di Gheddafi ai
fasti
degli anni Settanta.E allora perché tanta insistenza nel
cercare una montagna
di vecchi kalashnikov, tutti del modello più antico e
rustico? Mezzo milione di
Ak47 e dieci milioni di proiettili, una quantità di gran
lunga superiore alle
necessità dell'esercito libico. Sono gli stessi indagati a
dare una risposta
nelle intercettazioni: "Li vogliono regalà a destra e manca,
capito?". Il pm parla di "esigenze politico-militari, gli indagati
sanno che parte della commessa sarà ceduta a terzi. Nessun
problema per loro se
le armi dovessero essere destinate a Stati o movimenti in contrasto con
la
politica estera italiana". È una vecchia storia. Dalla fine
degli anni
Settanta i libici hanno cercato di esportare la loro rivoluzione verde
in mezzo
mondo, donando casse di ordigni: dal Ciad al Nicaragua, dal Sudan alla
Liberia. Tangentopoli
a Tripoli
I nostri connazionali sono maestri nell'esperanto
della bustarella. Pagano le rette del college londinese per il figlio
del
colonnello Mansur, più una mazzetta da 250 mila dollari;
altrettanti
all'ingegnere libico che esamina lo shopping bellico. I soldi li fanno
gonfiando i costi: i kalashnikov vengono pagati 85 dollari e rivenduti
a
Tripoli per 136. "Su 64 milioni e 800mila dollari che i libici
pagheranno,
il 60 per cento andrà agli italiani". Ma i soldi non restano
nelle loro
tasche: "Non sono poi infondate le pretese dei libici di ottenere un
prezzo della corruzione più elevato rispetto a quanto finora
corrisposto",
continua con un filo di ironia il pm. Gli oligarchi della Jamairhia
sanno però
che il loro potere va difeso. Nella primavera 2006 la rivolta islamica
di
Bengasi, nata come protesta contro la t-shirt del ministro Calderoli,
li
sorprende. Si teme anche per la salute di Gheddafi. Per questo chiedono
con
urgenza strumenti anti-sommossa: 250 mila pallottole di gomma, 750
lancia
granate lacrimogene, scudi e corpetti protettivi. Email
a raffica
Come si fa a trovare mezzo milione di
mitragliatori? Basta scrivere una mail alla Norinco, il colosso cinese
dove i
compratori con buone referenze sono accolti sempre a braccia aperte.
"Nessun problema, noi non andiamo in ferie: in tre mesi avrete i primi
100mila", rispondono al volo. Si trovano anche le società -
a Malta e a
Cipro - che secondo gli inquirenti servono ad aggirare i divieti della
legge
italiana. I libici però sono tutt'altro che sprovveduti:
prima vogliono provare
dei campioni della merce. Così Moretti e Bettinotti
organizzano l'invio dalla
Cina a Tripoli di 6 fucili d'assalto e 18 caricatori. Ma c'è
un intoppo: nel
documento di spedizione, i cinesi hanno indicato il nome di Bettinotti,
vanificando la rete di copertura. C'è il rischio che
l'affare salti. Tra le due
sponde del Mediterraneo si cerca una soluzione. Che porta il nome di
Khaled K.
El Hamedi, presidente della grande holding libica Eng Holding. Secondo
la
procura questa holding "ha intermediato l'affare dei kalashnikov ".
El Hamedi è un pezzo da novanta della nomenklatura libica.
È cognato di uno dei
figli di Gheddafi. In più, come ricostruisce a "L'espresso"
una fonte
che chiede l'anonimato "il padre è il generale Khweldi El
Hamedi, il
membro più rispettato del Consiglio del Comando della
Rivoluzione: una
personalità che ha ricoperto varie cariche nei ministeri
della Difesa, dell'intelligence
e dell'istruzione". Mitra
e diritti umani La notte del 14 settembre
2006, Bettinotti invia
un fax allo 00218214780777: è destinato alla Eng Holding,
all'attenzione di
Khaled El Hamedi, per trasmettere la bolla di spedizione dei
kalashnikov
"artefatta dal Bettinotti per evitare che si possa risalire a lui".
Quel numero di fax corrisponde anche, come "L'espresso" è in
grado di
rivelare, a una importante Ong di cui Khaled El Hamedi è
presidente: la
"International organization for peace, care, and relief"
(www.iopcr.org) di Tripoli. Un'organizzazione molto attiva nel soccorso
alla
popolazione palestinese, ma anche nell'assistenza agli immigrati che
transitano
per la Libia. Racconta a "L'espresso" una fonte autorevole che opera
nel
settore dei diritti umani: "È la più grande
organizzazione libica attiva
nel settore degli immigrati. Hanno accordi con l'Alto commissariato Onu
per i
rifugiati per consentire l'accesso al campo di detenzione di Misratah".
Si
tratta di una delle strutture dove finiscono anche i migranti respinti
dal
nuovo accordo Italia-Libia. "Loro sono gli unici che possono entrare in
certe strutture. Ogni associazione che lavora nel settore
dell'immigrazione
deve passare da loro. Hanno lavorato anche con il Consiglio Italiano
per i Rifugiati
(Cir)". Nel 2008 Savino Pezzotta, presidente del Cir, e Khaled El
Hamedi
si sono incontrati a Roma per firmare un accordo di collaborazione in
difesa
dei migranti. Game over I sogni bellici degli impresari all'italiana si sono fermati al campionario di sei kalashnikov. Nel febbraio 2007 partono gli ordini d'arresto. Squarzolo, Moretti, Rossi e Bettinotti vengono catturati subito. Vittorio Dordi invece resta in Congo. Le entrature, come lui stesso dichiara, non gli mancano: "Il 16 agosto 2007 sono andato nell'ambasciata d'Italia e ho parlato con il console generale Edoardo Pucci, che è un mio conoscente da quattro anni, che veniva a casa mia a cena e io andavo pure a casa sua. L'ho messo al corrente della situazione". Poi - continua - è la volta dell'ambasciata americana dove parla "con il security officer della Cia". Ma la sua posizione ormai è compromessa. Nel settembre 2008 Dordi viene espulso dal Congo come persona non gradita e finisce agli arresti. L'udienza preliminare si è tenuta a giugno: in due hanno patteggiato una condanna a 4 anni. La Sfinge invece si prepara a respingere le accuse nel processo, forte dell'assistenza di Giulia Bongiorno, deputato del Pdl e presidente della Commissione giustizia. La migliore arma di difesa possibile. |