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ORO NERO E FONDI NERI Di Paolo Biondani e Stefania Maurizi Pubblicato su L’espresso, 16 ottobre
2008 Petrolio
e gas insanguinati come i diamanti. E’ l’ultima cartolina dell’orrore in arrivo
dall’Africa: potentissime multinazionali che si spartiscono le ricchezze
energetiche di uno degli stati più poveri e più violenti del mondo. Sembra la
classica trama terzomondista del capitalismo predatore che affama gli ultimi
del pianura. Invece è realtà storica e giudiziaria. Un’inchiesta internazionale
ha obbligato un colosso dell’industria petrolifera statunitense a vuotare il
sacco su dieci anni di corruzioni. Un fiume di dollari - almeno 182 milioni- pagati
a politici e burocrati del regime nigeriano in cambio di maxi appalti per oltre
6 miliardi. La multinazionale incriminata negli Usa è la Halliburton, ma le
confessioni raccolte dai pm texani chiamano in causa anche l’Eni. E ora la
Procura di Milano indaga per il reato di corruzione internazionale. L’affare
al centro dello scandalo è l’enorme complesso di impianti per l’estrazione e il
trasporto di gas naturale liquefatto a Bonny Island, in Nigeria. È la zona
insanguinata da un decennale conflitto sempre più feroce tra l’esercito governativo
e i guerriglieri del Mend, il Movimento per l’emancipazione del delta del
Niger, la formazione armata che dichiara di lottare contro il saccheggio delle
risorse naturali e la devastazione dell’ambiente. Un’escalation di attentati,
sabotaggi, sequestri e violenze che i militari africani reprimono con il pugno di
ferro, tra civili in fuga, villaggi rasi al suolo e migliaia di vittime. I sei
mega-impianti (in gergo ‘treni’) per lo sfruttamento del gigantesco giacimento
di gas naturale sono stati costruiti da un consorzio internazionale, Tskj, che
prende il nome dalle iniziali delle quattro industrie che ne controllano il 25
per cento ciascuna; la francese Tèchnip, la Snamprogetti dell’Eni, la texana
Kbr (controllata dalla Halliburton) e la giapponese Jgc. Il 1 settembre scorso
Albert Jackson Stanley, l’ex numero uno della Kbr, ha patteggiato con la
procura federale di Houston l’accusa di aver manovrato, dal 1994 al 2004, due
grandi flussi di tangenti: 132 milioni di dollari versati a “rappresentanti di
vertice del governo nigeriano” e altri 50 a tecnici e burocrati di livello inferiore”.
“L’espresso” ha ottenuto copia degli atti dell’inchiesta americana che
ricostruiscono il vortice dei pagamenti illeciti ai politici nigeriani e
disegnano un intrigo internazionale di top manager, società off-shore, avvocati
d’affari, finte consulenze e conti svizzeri. Le mazzette sono state pagate da
un’apposita società mista (Lng Servicios) creata dalle quattro multinazionali
nel paradiso fiscale portoghese di Madeira. E’ proprio Stanley ad aver
confessato come funzionava il grande ingranaggio della corruzione globale.
Negli Stati Uniti le sue rivelazioni stanno scatenando mia tempesta politica:
Stanley infatti fu nominato top manager della Kbr, nel 1998, dall’allora numero
uno della Halliburton, Dick Cheney, che dal 2000 è diventato il vicepresidente
degli Stati Uniti. Cheney non risulta personalmente indagato, ma la valanga di
soldi versati dalla sua azienda a un regime dispotico e corrotto è fonte di grave
imbarazzo per il falco dell’amministrazione Bush, che propagandò la guerra in Iraq
in nome della democrazia. Il suo manager Stanley ha ammesso di aver corrotto i
politici-chiave dei tre governi che si sono succeduti in Nigeria dal '95 al 2004,
insieme a decine di funzionari di partito, tecnici del ministero del petrolio e
burocrati dell’ente statale che controlla le risorse energetiche. Dai documenti
americani risulta che “tra il novembre ‘94 e il dicembre ‘95 Stanley e altri
membri del consorzio Tskj decisero che era necessario pagare tangenti al
governo nigeriano usando consulenze fittizie per mascherare le uscite”. La
cabina di regia della corruzione, secondo l’accusa, era il Comitato direttivo
del consorzio internazionale, dove “ogni socio aveva un suo rappresentante”. Il business
miliardario del gas liquefatto si apre alle quattro imprese occidentali quando
la Nigeria è ancora dominata dal generale Sani Abacha, uno dei dittatori più
spietati e corrotti del mondo, morto in circostante mai chiarite nel 1998. I
magistrati svizzeri gli hanno sequestrato ben 700 milioni di dollari occultati
a Ginevra, mentre il Congresso americano lo accusa di aver dirottato all’estero
addirittura 3 miliardi e mezzo. Caduto il dittatore, le tangenti vengono
puntualmente rinegoziate dagli emissari dei due successivi governi. I lavori di
Bonny Island durano un decennio. Il sesto e ultimo megaimpianto è stato
inaugurato nel 2006. Lo scandalo della corruzione è stato scoperchiato da un’inchiesta,
in corso da quattro anni, che è frutto della collaborazione tra Francia, Svizzera,
Stati Uniti, Gran Bretagna e Italia. I primi a muoversi sono i giudici istruttori
di Parigi, che negli archivi della Elf scoprono uno strano quadernino: è una
specie di libro mastro delle mazzette, dove compaiono anche annotazioni su
pagamenti per Bonny Island, con riferimenti al consorzio e alla Technip. Su
richiesta francese, la Svizzera sequestra i primi conti bancari, mentre tra
Inghilterra e Stati Uniti scattano indagini e perquisizioni che nel 2004 portano
Stanley alle dimissioni. Gli inquirenti americani precisano, nell’atto di
patteggiamento, che “Stanley ha cospirato e si è associato con le altre aziende
socie del consorzio per corrompere gli ufficiali nigeriani allo scopo di
ottenere gli appalti per il gas
liquefatto da oltre 6 miliardi di dollari”. Le riunioni per concordare il giro
di tangenti venivano presentate, nelle carte interne della Halliburton, come
‘incontri culturali’. I fondi neri uscivano dalle casse della società paravento
di Madeira, definita “la macchina della corruzione”. Era questa creatura
off-shore, “di proprietà del consorzio Tskj”, a pagare “finte consulenze” a due
imprese di intermediazione: la Tristar di Gibilterra, controllata da un avvocato
d’affari inglese, e una ditta giapponese di pubbliche relazioni. La prima ha
smistato i 132 milioni di dollari destinati ai big del governo nigeriano, la
seconda ha pagato con altri 50 i burocrati di serie B. Nelle carte americane si
legge che già due anni fa la procura texana ha chiesto e ottenuto la
collaborazione dei pm milanesi per interrogare i rappresentanti della Snamprogetti.
I dirigenti italiani allora si erano difesi sostenendo che erano gli altri soci
del consorzio, in particolare gli americani della Kbr, a gestire tutti i
rapporti con il governo nigeriano. I pm milanesi hanno aperto subito
un’inchiesta per corruzione internazionale, come emerge solo ora, per verificare
se davvero la controllata dell’Eni era all’oscuro dei pagamenti illeciti. L’esperienza
di Tangentopoli fa pensare il contrario: se è un consorzio a pagare per un
appalto, la tangente va finanziata da tutti i soci, in proporzione ai benefici.
Toccherà ai magistrati stabilire se questa regola della corruzione italiana sia
stata applicata anche per il gas nigeriano: a guidare l’inchiesta sono i pm
Francesco Greco e Fabio De Pasquale. Di certo nell’accordo di patteggiamento
firmato a Houston il ‘pentito’ della Kbr-Halliburton “si dichiara colpevole
perché e colpevole” di un’accusa così formulata: “Stanley si è accordato con le
altre tre società del consorzio Tskj allo scopo di corrompere il governo
nigeriano”. Il manager texano e “altri rappresentanti del comitato direttivo”,
sempre secondo i documenti americani, hanno dato “l’autorizzazione a usare i
contratti di consulenza come canali per la corruzione”. E ancora: “Tutti i
ricavi, i profitti e le spese, inclusi i costi delle consulenze, sono stati
divisi in parti uguali tra le quattro società del consorzio”. Gli atti d’accusa
specificano che, in cambio dei 182 milioni di dollari, la due società-paravento,
quella di Gibilterra e la sua gemellina giapponese, hanno dichiarato di offrire
“servizi vagamente descritti come di marketing e consulenza, quando in realtà
lo scopo era di facilitare il pagamento delle tangenti ai governanti nigeriani”.
Le società-paravento, insiste l’accusa, “agivano per conto del consorzio e di
ciascuna delle aziende partecipanti”. Il ‘pentito’ della Halliburton si è
impegnato anche a “testimoniare davanti a giudici stranieri su tutti i reati di
sua conoscenza”. Il gruppo Eni, interpellato martedì da “L’espresso”, ha precisato
di aver offerto una “collaborazione volontaria” alle indagini internazionali “fin
dal giugno 2004”, in particolare fornendo “documenti e informazioni agli
inquirenti americani della Sec”. La Snamprogetti inoltre ha avviato controlli
“attraverso consulenti esterni” e ha “collaborato alle indagini” anche “con la
consegna dei documenti interni” sul maxi-appalto. Era stata la stessa
Halliburton, nel 2004, a comunicare agli altri soci la scoperta dei primi “atti
da cui risulta che il consorzio ha preso in considerazione l’ipotesi di
corrompere” i nigeriani. Ora Stanley ha confermato che le tangenti furono
effettivamente pagate fino a giugno di quell’anno. II manager ha aggiunto di
aver personalmente intascato 10,8 milioni di dollari, ricavati da altre finte
consulenze e occultati in tre conti schermati al Crédit Suisse di Zurigo. Un
tesoretto personale che Stanley si è impegnato a restituire in cambio della
promessa di una condanna che per gli standard americani è mite: “Fino a sette
anni di reclusione”. |