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TANGENTOPOLI
ALL’ONU
Conto
Best friend Chi
trova un amico, trova un tesoro. Leopoldo Braghieri se ne
ricorda quando
rompe con la Cagiva e si mette in proprio. Il settore è
lo stesso: prefabbricati. Cambia
la sigla, ora si
chiamano Co-gim, ma non le abitudini. Nel ‘97 va da
Yakovlev e apre il
portafogli: il solito 2 per cento. Racconta il ‘gran
pentito’ moscovita: “Braghieri
mi disse che i bonifici non sarebbero arrivati dai conti dell’azienda, per
questo
stabilimmo che li avrei riconosciuti dall’indicazione
‘Best friend’”. In quattro
anni piovono appalti per 1,3 milioni: in cambio, al russo ne
arrivano 4-500
mila. Questa almeno è la cifra che lui ammette, mentre una
fonte confidenziale
ha parlato agli investigatori di “Circa 720 mila dollari di
tangenti dalla Cogim”.
In questo caso, le prove raccolte dagli Intoccabili causano
l’espulsione della
ditta dai fornitori dei caschi blu. Non solo: gli atti vengono
trasmessi alla
Procura di Milano: il pm Alfredo Robledo scatena la Guardia di Finanza.
Poi
interroga il boiardo dell’Onu,
che
conferma le rivelazioni. Di fronte a questo accerchiamento transatlantico
l’azienda tenta
una doppia difesa. Leopoldo Braghieri
ammette le bustarelle, ma dichiara
di
essere stato costretto a pagare: “C’erano in ballo
28 milioni di dollari, mi
avrebbe tagliato fuori”. Inoltre la Cogim spiega che tutta la
gestione è in
mano al figlio, Filippo Braghieri, estraneo alle
mazzette paterne. Peccato
che a Yakovlev non piaccia fare la parte del ricattatore e ricambia:
“Ho
incontrato il figlio e mi fece capire che era a conoscenza di
tutto. Mi disse
che il padre era andato in pensione e che avrei tenuto i contatti con
lui”, accusa
ribadita anche davanti al prn Robledo. A quel punto la Cogim
si è arroccata
sulle sue posizioni, pronta a fronteggiare il processo. I
cattivi maestri
Diverso l’atteggiamento della Corimec,
adesso interamente nelle mani di Mister Cagiva e attivissima nel
business
delle missioni militari all’estero. La Task Force Onu e la
Procura di Milano le
riconoscono piena collaborazione: dimostra che tutto era
affidato a Braghieri.
E per il codice italiano si tratta di reati prescritti. Su un solo
punto gli
sceriffi di Appleton mantengono un’ombra di dubbio,
senza contestazioni
formali: dopo il divorzio dal vecchio amministratore, la
Corimec si è affidata
a una società italiana di New York, la Ihc. Per gli
inquirenti del Palazzo di
vetro questa sigla è diventata una sorta di nemico
pubblico numero uno,
coinvolta in una decina di gare sospette, con piste che
portano ai palazzi di
Saddam Hussein e legami con i finanziatori di Al Qaeda. Ma finora non
ci sono
prove di corruzione. Negli atti ufficiali quella della Ihc
appare come una storia
esemplare. Ed incredibile. Sede a New York, a due passi dal Palazzo di
Vetro, e
nel centro di Milano, a trecento metri dal Duomo, la Ihc
sembra incarnare l’immortalità
di Tangentopoli. Appartiene alla Torno Sah lussemburghese ma
è diretta emanazione
di quella Torno Spa, colosso degli appalti, che cambiò nome
dopo essere stata
coinvolta in una decina di capitoli di Mani Pulite. E’ il
loro patron Angelo
Simontacchi che il primo maggio 1992 a San Vittore svela ad
Antonio Di Pietro
il grande accordo tra tutti i partiti per la Metropolitana
milanese, dando il
via all’escalation del pool verso il gotha della Prima
Repubblica. Tredici anni
dopo gli uomini della Task Force Onu bussano ai loro uffici di
Manhattan: li
accusano di avere commesso illeciti per manovrare le gare
più ricche sulle
forniture per i caschi blu. Ricostruiscono pratiche choccanti
per assicurarsi
gli appalti: buste con le offerte ritoccate al ribasso e
sostituite dopo avete
ricevuto soffiate sulle proposte dei rivali. Il protagonista
è sempre
Yakovlev. Questa volta però il suo amico italiano
si chiama Ezio Testa,
numero uno della Ihc. Tra le
aziende
beneficiate un nome su tutti: la Compass, il colosso mondiale
della
ristorazione con 360 mila dipendenti in 64 paesi e 10 miliardi
di euro di fatturato.
In Italia, giusto per fare un esempio, dà lavoro a 9.400
persone: possiede i
buoni pasto Ristomat e Lunch Time e con i marchi Onama e
Sorico gestisce
mense scolastiche e aziendali, incluse quelle delle caserme. Il
team infernale I
manager di Compass sono euforici per i
servizi di Ezio Testa. Gli scrivono: “Abbiamo creato
a hell of team, una
squadra infernale”. Diabolici, sì.
L’atto di accusa della Task Torce ricostruisce
minuto per minuto il rush finale dell’appalto per i 16 mila
caschi blu della
spedizione liberiana. E un triangolo di poche centinaia di metri,
tracciato
nel cuore della Grande Mela. Gli emissari della multinazionale hanno
trasformato
una suite del Roosevelt Hotel nella base avanzata, con un pc e
una stampante.
Testa, nel suo ufficio della Lexington Avenue, riceve dal Palazzo di
vetro le
telefonate chiave. Secondo l’ipotesi degli
sceriffi, sono le informazioni
sulla somma offerta dai concorrenti. L’italiano a
quel punto contatta i
manager. Uno dei quali poco dopo si muove verso il Millenium
U.n. Plaza,
l’albergo nei dintorni del quartier generale Onu. Per gli
inquirenti è tutto
chiaro: il contratto è stato modificato e la nuova
offerta sostituita. Una
fonte confidenziale ha descritto la ‘mandrakata’
nei dettagli: ha raccontato
che nel dicembre 2004 per l’appalto del Sudan
vennero preparate più copie
dell’offerta con differenti prezzi al ribasso, in
modo da non perdere tempo
per modificare cifre e stampare. L’architrave di
questo giochetto che ha fruttato
più di 350 milioni di dollari alla Compass è
sempre lui: Yakovlev. Avrebbe
informato gli amici italiani in anticipo dei futuri appalti,
consegnato
documenti riservati, fatto trapelare le iniziative dei rivali e,
infine,
sostituito le buste al momento giusto. Cosa ci
guadagnava? Nessuna prova di
contanti. La Task Force ha però scoperto altri legami
imbarazzanti, il figlio
del russo, per esempio, è stato assunto per tre anni dalla
Ihc. E con un
candore sorprendente, Testa ha spiegato che Yakovlev padre li
aveva coinvolti
in una serie di piani industriali per sviluppare un prodotto
anti-inquinamento.
Per questi progetti dal 1998 per circa quattro anni gli avevano pagato
un
telefonino. Tutto qui? Gli sceriffi chiedono di esaminare i
conti bancari della
Ihc, ma il patron italiano si oppone. E fuori dal Palazzo
di vetro non hanno poteri. Dentro
però scovano una
mail, con un dossier segreto dell’Onu che Testa aveva
inoltrato a un cliente.
Come faceva a possederlo? “L’ho trovato
dimenticato su una fotocopiatrice
durante una visita nei vostri uffici”, risponde il mediatore
milanese. Ma
Appleton non si arrende: oltre a contestare questi illeciti, continua a
cercare
prove di tangenti. Perché l’affare Ihc ha portato
‘gli Intoccabili’ sui gradini
del piano più alto del Palazzo di vetro. La
star italiana i
maestri di Tangentopoli avevano
ingaggiato l’italiano più famoso
dell’Onu: Giandomenico Picco, protagonista
della celebre trattativa per gli ostaggi libanesi negli anni
Ottanta. Picco è
entrato nell’Organizzazione nel
1973, gestendo fascicoli delicatissimi: era
ai massimi livelli quando nel 1992 decide di mollare e
diventare ‘ministro
degli Esteri’ del gruppo Ferruzzi. Pessima scelta:
un anno dopo Mani Pulite
cancella gli ultimi imperatori di Ravenna. Giandomenico
Picco apre una sua compagnia,
specializzata nella consulenza
ad aziende e governi. Poi nel ‘97 entra nel
vertice
dell’Ihc: è chairman con stipendio di 10mila
dollari al mese. Nell’agosto del ‘99
Kofi Annan lo chiama nel suo staff come vicesegretario generale, affidandogli un incarico personale.
Ma
per sette mesi Picco non lascia il lucroso incarico
della Ihc. Per la Task Force si
tratta di un
conflitto di interessi tale da impedirne la presenza
nell’Onu. Il diplomatico
respinge le accuse: “Non ho fatto nulla per loro, ignoravo i
loro rapporti con l’Organizzazione”,
ha dichiarato
alla Fox News, che per prima ha svelato le relazioni.
Gli investigatori non gli credono,
evidenziando
almeno un appalto vinto dall’azienda milanese sotto la sua
gestione. E nel
2005, dopo le indiscrezioni sull’inchiesta, il vice
segretario italiano torna
all’attività privata. Il segno di quanto
sia differente il metro di valutazione
tra New York e Roma; qui da noi tutte le aziende, italiane e
straniere,
coinvolte nello scandalo continuano a vincere contratti,
spesso con trattativa
diretta. Dai fornitori di prefabbricati a quelli che affittano aerei
cargo,
tutti pronti a fare soldi con le missioni di pace. La
Task Force degli Intoccabili La
Task Force
interna ha spaccato il Palazzo di vetro. Da una parte le nazioni del
Sud, che
considerano ‘gli Intoccabili’ di Appleton uno
strumento nelle mani di
Washington per mettere in cattiva luce le Nazioni Unite.
Dall’altra Usa e
diverse capitali europee che ritengono necessaria una pulizia. E se
Kofi Annan
non ha nascosto l’insofferenza per l’allargarsi
delle indagini, l’attuale
segretario generale Ban Ki-Moon spesso ne ha sostenuto
l’azione contro i
burocrati sospettati di corruzione. Ma salvo colpi di scena la squadra
verrà
sciolta a fine anno. Il bilancio finale rischia di essere monumentale.
Solo nei
primi 18 mesi erano stati concluse indagini su 63 contratti
identificando dieci
casi di frode e corruzione relativi a forniture per 610 milioni di
dollari. Dai
loro dossier emergono illeciti nelle forniture per sei missioni dei
caschi blu,
dalla Somalia a Haiti, dal Congo al Sudan, dalla Liberia a Timor Est.
Ovviamente alcune delle indagini si sono trasformate in scontro
diplomatico.
Come quello con Singapore per il coinvolgimento del più alto
rappresentante Onu
della nazione asiatica in un misterioso
noleggio di elicotteri pesanti peruviani con lo zampino
dell’ex presidente
Fujimori. Privi di poteri per perquisire e incriminare fuori
dall’Onu, gli
uomini di Appleton, passati dai sei iniziali a 20, hanno spesso
trasmesso i
loro documenti alle procure nazionali. E ora, prima della chiusura,
potrebbero
passare le loro carte innescando un grappolo di indagini clamorose.
Anche in
Italia. 007
Missione appalti puliti Sono
i detective dell’Onu, quelli che
smascherano e indagano la corruzione all’interno dei
quartiere generate, ma
anche nelle missioni di peacekeeping. Una corruzione devastante
perché mina
alla base la credibilità dell’Onu e va a
ripercuotersi su popolazioni già distrutte
da guerre, conflitti e fame. Robert Appleton, capo della Procurement Task
Force dell’Onu, racconta il proprio
lavoro a ‘L’espresso’. Mister
Appleton, quanti casi avete indagato finora? “
Ho iniziato a lavorare per la Task Force
nell’aprile 2006 e la guido dal marzo 2007. Abbiamo condotto
indagini su 186
contratti e identificato 15 casi di corruzione, ma ci sono tanti
fascicoli
aperti, anche molto significativi. Le conclusioni ci saranno entro fine
anno”. Quante
aziende avete
fatto sospendere dalla lista dei
fornitori Onu? “Più
di 40. Ma quello che è importante è
che l’Onu ha aumentato il livello di sorveglianza sui
fornitori. E che le
stesse aziende adesso indottrinino i loro manager sui comportamenti da
tenere.
Molti si sono addirittura autodenunciati alla Task Force, per evitare
pene
pesanti. Senza di noi, questi fornitori, e soprattutto i loro
intermediari che
abusano del sistema, avrebbero continuato a
portare avanti le loro pratiche corrotte”. Quindi
ritiene che la sua Task
Force faccia veramente la differenza? “Non
solo siamo un deterrente, ma forniamo
indicazioni precise al comitato Onu che deve sanzionare
queste aziende. Per esempio, grazie al nostro intervento, è
stata istituita
una serie di controlli
preventivi sui fornitori per
acquisire informazioni critiche e obbligarli a
collaborare nel caso in cui siano oggetto di audit o di
indagini”. Può
fare una stima delle somme sottratte dai funzionari Onu corrotti? “Il
valore dei contratti colpiti da
corruzione supera i 700 milioni di dollari, ma ciò non significa che il danno per
l’Onu abbia raggiunto questo
importo. Credo che comunque la cifra degli appalti incriminati
salirà entro la
fine dell'anno”.
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