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TANGENTOPOLI ALL’ONU

 
Di Paolo Biondani, Gianluca Di Feo e Stefania Maurizi

 Pubblicato su L’espresso, 21 agosto 2008

Doveva essere la prima missione per imporre la pace, la rinascita dell’Onu dopo la fine della guerra fredda. I caschi blu stavano sbarcando in Soma­lia, nel tentativo di salvare un popolo affa­mato da carestia e milizie. In quegli stessi giorni, su uno yacht al largo di Monaco un imprenditore italiano consegnava una valigetta piena di dollari a un funzionario del­le Nazioni Unite. Tra champagne e ostriche, mentre i somali imploravano un aiuto, i due si erano appena messi d’accordo su co­me pilotare l’appalto per la base di Mogadiscio che avrebbe ospitato le truppe inter­nazionali. Dieci anni dopo, nel 2003, l’Onu decide di spedire un’armata nella Liberia rasa al suolo dai massacri tribali. E lo stes­so funzionario avrebbe smistato telefonate confidenziali dal suo ufficio nel Palazzo di Vetro. Dall’altro capo della linea amici ita­liani pendevano dalle sue labbra per frega­re i concorrenti nella gara del contratto e ri­filare razioni a 16 mila soldati con la ban­diera azzurra. Sono due capitoli nella saga criminale portata avanti per tre lustri lu­crando sulle forniture della più importante organizzazione internazionale: un roman­zo del malaffare che ha mostrato la predo­minanza di due grandi scuole della corru­zione. Quella russa, incarnata nella figura di Alexander Yakovlev, un genio del male che ha intrecciato una rete mondiale di re­lazioni senza scrupoli. E quella italiana, che ha esportato a New York tutte le tecniche messe a punto negli anni d’oro di Tangentopoli. Non è una battuta: gli stessi manager che nel 1992 finirono a San Vittore han­no aperto filiali all’ombra delle Nazioni Unite per mettere a frutto la loro esperien­za criminale. Abituati ai boiardi della prima Repubblica, si intendevano al volo con i padrini moscoviti dell’Onu. Tra loro negli scambi di mazzette si chiamavano con un nome in codice, riportato nelle intercetta­zioni, che racchiude una sintonia profonda: ‘Best friend’, il migliore amico.

L’ora degli sceriffi Le prime crepe nel Palazzo di vetro si sono aperte con lo scandalo Oil for Food, le vendite di petrolio concesse all’Iraq di Saddam Hussein in deroga all’embargo per comprare cibo e me­dicine. La conquista di Baghdad ha permesso all’ Fbi di smascherare il vero volto di quell’operazione gesti­ta dall’Onu: i soldi del greggio fini­vano nelle mani del regime, di im­prenditori compiacenti e di pezzi grossi del­le Nazioni unite. Alla fine del 2005 le rive­lazioni raccolte dall’inchiesta statunitense costringono anche il segretario generale Kofi Annan a fare qualcosa, per evitare che la credibilità dell’Organizzazione venga travolta. Viene creata così una task force speciale, con poteri limitati all’interno del­le Nazioni unite: solo sei uomini, guidati dall'ex procuratore federale americano Robert Appleton (intervista a pag. 34). Il mo­dello sono ‘Gli intoccabili’, un nucleo a prova di ogni tentazione, che riesce però a portare alla luce una montagna di illeciti: stanno indagando su 700 contratti. Appleton e i suoi si muovono senza rispettare le consuetudini bizantine dei rituali Onu e i complessi assetti diplomatici. Vanno avan­ti come la squadra della Chicago di Al Ca­pone, creando imbarazzi tra i notabili delle Nazioni Unite e lo stesso Annan (box a pag. 36). Il punto di partenza dell’indagine è stato proprio ‘il migliore amico’, Yakovlev: il travet formato nell’Urss e inserito nei ranghi dell’Onu nei primi mesi dei di­sgelo di Gorbaciov, messo alle strette dall’Fbi ha fatto il pentito. Ha patteggiato: im­munità in cambio di verbali su tutto il grat­tacielo delle tangenti, un ventennio di cor­ruzione dal 1985 in poi. Molti sospettano che abbia ammesso solo ciò che non pote­va negare, dissotterrando soltanto una par­te del suo bottino. Ma da soli i suoi racconti compongono una soap opera infinita con protagonisti di tutti i continenti e una sola lingua: quella dei dollari.

Base Mogadiscio Per i soldati italiani quel nome è sinonimo di casa: Corimec infatti è l’azienda che fornisce gli al­loggi prefabbricati per le mis­sioni. Nei Balcani, in Afgha­nistan, in Libano migliaia di militari vivono per mesi den­tro i Corimec. Ma all'inizio degli anni Novanta la stagione delle spedizioni non era ancora cominciata: l’impresa lombarda contava solo sul business della protezione civile, fornendo i container per le emergenze. Poi l’idea: infilarsi nei contratti Onu. Al­l’epoca la società apparteneva per metà al­la Cagiva, il marchio delle moto di Gian­franco Castiglioni, e per metà alla famiglia Braghieri che ne curava la gestione. E’ pro­prio Leopoldo Braghieri a scoprire la stra­da giusta per il Palazzo di vetro. Si rivolge a un mediatore francese, Yves Pintore, che gli apre le porte dell’ufficio di Yakovlev. I tre si capiscono subito: al russo andrà il 2 per cento su ogni commessa. Due per cento è una formula magica: vincono subito un ap­palto per 500 bungalow prefabbricati de­stinati alla Somalia. Due milioni e mezzo di dollari, valuta pregiatissima nei giorni neri della lira. E’ il primo successo, proseguito per anni fino a garantire un fatturato di 30 milioni di dollari. Secondo il racconto rife­rito da Pintore alla Task Force, Braghieri è entusiasta: ad agosto 1993 avrebbe orga­nizzato un party sul suo yacht in Costa Az­zurra, ospiti d’onore Yakovlev e signora a cui consegna una valigetta di pelle con 145mila biglietti verdi. Ma l’imprenditore ne­ga e il brasseur francese non è stato testimo­ne diretto dello scambio. E Yakovlev? Non ricorda, come sarebbe accaduto per altri scambi cash.

Conto Best friend Chi trova un amico, tro­va un tesoro. Leopoldo Braghieri se ne ri­corda quando rompe con la Cagiva e si mette in proprio. Il settore è lo stesso: prefabbri­cati. Cambia la sigla, ora si chiamano Co-gim, ma non le abitudi­ni. Nel ‘97 va da Yako­vlev e apre il portafogli: il solito 2 per cento. Racconta il ‘gran pentito’ moscovita: “Braghieri mi disse che i bonifici non sarebbero arrivati dai conti dell’azienda, per questo stabilimmo che li avrei riconosciuti dall’indicazione ‘Best friend’”. In quattro anni piovono appalti per 1,3 milioni: in cambio, al russo ne arri­vano 4-500 mila. Questa almeno è la cifra che lui ammette, mentre una fonte confi­denziale ha parlato agli investigatori di “Circa 720 mila dollari di tangenti dalla Cogim”. In questo caso, le prove raccolte da­gli Intoccabili causano l’espulsione della ditta dai fornitori dei caschi blu. Non solo: gli atti vengono trasmessi alla Procura di Milano: il pm Alfredo Robledo scatena la Guardia di Finanza. Poi interroga il boiardo dell’Onu, che conferma le rivelazioni. Di fronte a questo accerchiamento transatlan­tico l’azienda tenta una doppia difesa. Leo­poldo Braghieri ammette le bustarelle, ma dichiara di essere stato costretto a pagare: “C’erano in ballo 28 milioni di dollari, mi avrebbe tagliato fuori”. Inoltre la Cogim spiega che tutta la gestione è in mano al fi­glio, Filippo Braghieri, estraneo alle maz­zette paterne. Peccato che a Yakovlev non piaccia fare la parte del ricattatore e ricambia: “Ho incontrato il figlio e mi fece capi­re che era a conoscenza di tutto. Mi disse che il padre era andato in pensione e che avrei tenuto i contatti con lui”, accusa riba­dita anche davanti al prn Robledo. A quel punto la Cogim si è arroccata sulle sue po­sizioni, pronta a fronteggiare il processo.

I cattivi maestri Diverso l’atteggiamento della Corimec, adesso interamente nelle mani di Mister Cagiva e attivissima nel bu­siness delle missioni militari all’estero. La Task Force Onu e la Procura di Milano le ri­conoscono piena collaborazione: dimostra che tutto era affidato a Braghieri. E per il codice italiano si tratta di reati prescritti. Su un solo punto gli sceriffi di Appleton man­tengono un’ombra di dubbio, senza conte­stazioni formali: dopo il divorzio dal vec­chio amministratore, la Corimec si è affida­ta a una società italiana di New York, la Ihc. Per gli inquirenti del Palazzo di vetro que­sta sigla è diventata una sorta di nemico pubblico numero uno, coinvolta in una de­cina di gare sospette, con piste che portano ai palazzi di Saddam Hussein e legami con i finanziatori di Al Qaeda. Ma finora non ci sono prove di corruzione. Negli atti uffi­ciali quella della Ihc appare come una sto­ria esemplare. Ed incredibile. Sede a New York, a due passi dal Palazzo di Vetro, e nel centro di Milano, a trecento metri dal Duo­mo, la Ihc sembra incarnare l’immortalità di Tangentopoli. Appartiene alla Torno Sah lussemburghese ma è diretta emanazione di quella Torno Spa, colosso degli appalti, che cambiò nome dopo essere stata coinvolta in una decina di capitoli di Mani Pulite. E’ il loro pa­tron Angelo Simontacchi che il primo maggio 1992 a San Vittore svela ad An­tonio Di Pietro il grande accordo tra tutti i partiti per la Metropoli­tana milanese, dando il via all’escalation del pool verso il gotha della Prima Repub­blica. Tredici anni dopo gli uomini della Task Force Onu bussano ai loro uffici di Manhattan: li accusano di avere commes­so illeciti per manovrare le gare più ricche sulle forniture per i caschi blu. Ricostrui­scono pratiche choccanti per assicurarsi gli appalti: buste con le offerte ritoccate al ri­basso e sostituite dopo avete ricevuto sof­fiate sulle proposte dei rivali. Il protagonista è sempre Yakovlev. Que­sta volta però il suo amico italiano si chia­ma Ezio Testa, numero uno della Ihc. Tra le aziende beneficiate un nome su tutti: la Compass, il colosso mon­diale della ristorazione con 360 mila dipen­denti in 64 paesi e 10 miliardi di euro di fat­turato. In Italia, giusto per fare un esempio, dà lavoro a 9.400 perso­ne: possiede i buoni pa­sto Ristomat e Lunch Time e con i marchi Onama e Sorico gesti­sce mense scolastiche e aziendali, incluse quel­le delle caserme.

Il team infernale I manager di Compass sono euforici per i servi­zi di Ezio Testa. Gli scrivono: “Abbiamo creato a hell of team, una squadra infer­nale”. Diabolici, sì. L’atto di accusa della Task Torce ricostruisce minuto per minuto il rush finale dell’appalto per i 16 mila ca­schi blu della spedizione liberiana. E un triangolo di poche centinaia di metri, trac­ciato nel cuore della Grande Mela. Gli emissari della multinazionale hanno tra­sformato una suite del Roosevelt Hotel nel­la base avanzata, con un pc e una stampan­te. Testa, nel suo ufficio della Lexington Avenue, riceve dal Palazzo di vetro le tele­fonate chiave. Secondo l’ipotesi degli scerif­fi, sono le informazioni sulla somma offer­ta dai concorrenti. L’italiano a quel punto contatta i manager. Uno dei quali poco do­po si muove verso il Millenium U.n. Plaza, l’albergo nei dintorni del quartier generale Onu. Per gli inquirenti è tutto chiaro: il con­tratto è stato modificato e la nuova offerta sostituita. Una fonte confidenziale ha descritto la ‘mandrakata’ nei dettagli: ha raccontato che nel dicembre 2004 per l’ap­palto del Sudan vennero preparate più co­pie dell’offerta con differenti prezzi al ribas­so, in modo da non perdere tempo per mo­dificare cifre e stampare. L’architrave di questo giochetto che ha fruttato più di 350 milioni di dollari alla Compass è sempre lui: Yakovlev. Avrebbe informato gli amici ita­liani in anticipo dei futuri appalti, conse­gnato documenti riservati, fatto trapelare le iniziative dei rivali e, infine, sostituito le bu­ste al momento giusto. Cosa ci guadagna­va? Nessuna prova di contanti. La Task Force ha però scoperto altri legami imba­razzanti, il figlio del russo, per esempio, è stato assunto per tre anni dalla Ihc. E con un candore sorprendente, Testa ha spiegato che Yakovlev padre li ave­va coinvolti in una serie di piani industriali per sviluppare un prodot­to anti-inquinamento. Per questi progetti dal 1998 per circa quattro anni gli avevano pagato un telefonino. Tutto qui? Gli scerif­fi chiedono di esaminare i conti bancari del­la Ihc, ma il patron italiano si oppone. E fuori dal Palazzo di vetro non hanno pote­ri. Dentro però scovano una mail, con un dossier segreto dell’Onu che Testa aveva inoltrato a un cliente. Come faceva a pos­sederlo? “L’ho trovato dimenticato su una fotocopiatrice durante una visita nei vostri uffici”, risponde il mediatore milanese. Ma Appleton non si arrende: oltre a contestare questi illeciti, continua a cercare prove di tangenti. Perché l’affare Ihc ha portato ‘gli Intoccabili’ sui gradi­ni del piano più alto del Palazzo di vetro.

La star italiana i mae­stri di Tangentopoli avevano ingaggiato l’italiano più famo­so dell’Onu: Giandomenico Picco, protagonista della celebre trattativa per gli ostaggi liba­nesi negli anni Ottanta. Picco è entrato  nell’Organizzazione nel 1973, gestendo fascicoli delicatissimi: era ai massimi livel­li quando nel 1992 decide di mollare e di­ventare ‘ministro degli Esteri’ del grup­po Ferruzzi. Pessima scelta: un anno dopo Mani Pulite cancella gli ultimi imperatori di Ravenna. Giandomenico Picco apre una sua compagnia, specializzata nella consulenza ad aziende e governi. Poi nel ‘97 entra nel vertice dell’Ihc: è chairman con stipendio di 10mila dollari al mese. Nell’agosto del ‘99 Kofi Annan lo chiama nel suo staff come vicesegretario generale, affidandogli un incarico personale. Ma per sette mesi Picco non lascia il lucroso incarico della Ihc. Per la Task Force si trat­ta di un conflitto di interessi tale da impe­dirne la presenza nell’Onu. Il diplomatico respinge le accuse: “Non ho fatto nulla per loro, ignoravo i loro rapporti con l’Orga­nizzazione”, ha dichiarato alla Fox News, che per prima ha svelato le relazioni. Gli investigatori non gli credono, evidenzian­do almeno un appalto vinto dall’azienda milanese sotto la sua gestione. E nel 2005, dopo le indiscrezioni sull’inchiesta, il vice segretario italiano torna all’attività priva­ta. Il segno di quanto sia differente il me­tro di valutazione tra New York e Roma; qui da noi tutte le aziende, italiane e stra­niere, coinvolte nello scandalo continua­no a vincere contratti, spesso con trattativa diretta. Dai fornitori di prefabbricati a quelli che affittano aerei cargo, tutti pronti a fare soldi con le missioni di pace.

La Task Force degli Intoccabili

La Task Force interna ha spaccato il Palazzo di vetro. Da una parte le nazioni del Sud, che considerano ‘gli Intoccabili’ di Appleton uno strumento nelle mani di Washington per mettere in cattiva luce le Nazioni Unite. Dall’altra Usa e diverse capitali europee che ritengono necessaria una pulizia. E se Kofi Annan non ha nascosto l’insofferenza per l’allargarsi delle indagini, l’attuale segretario generale Ban Ki-Moon spesso ne ha sostenuto l’azione contro i burocrati sospettati di corruzione. Ma salvo colpi di scena la squadra verrà sciolta a fine anno. Il bilancio finale rischia di essere monumentale. Solo nei primi 18 mesi erano stati concluse indagini su 63 contratti identificando dieci casi di frode e corruzione relativi a forniture per 610 milioni di dollari. Dai loro dossier emergono illeciti nelle forniture per sei missioni dei caschi blu, dalla Somalia a Haiti, dal Congo al Sudan, dalla Liberia a Timor Est. Ovviamente alcune delle indagini si sono trasformate in scontro diplomatico. Come quello con Singapore per il coinvolgimento del più alto rappresentante  Onu della nazione asiatica in un misterioso noleggio di elicotteri pesanti peruviani con lo zampino dell’ex presidente Fujimori. Privi di poteri per perquisire e incriminare fuori dall’Onu, gli uomini di Appleton, passati dai sei iniziali a 20, hanno spesso trasmesso i loro documenti alle procure nazionali. E ora, prima della chiusura, potrebbero passare le loro carte innescando un grappolo di indagini clamorose. Anche in Italia.

007 Missione appalti puliti

Sono i detective dell’Onu, quelli che smascherano e indagano la corruzione all’interno dei quartiere generate, ma anche nelle missioni di peacekeeping. Una corruzione devastante perché mina alla base la credibilità dell’Onu e va a ripercuotersi su popolazioni già distrutte da guerre, conflitti e fame. Robert Appleton, capo della Procurement

Task Force dell’Onu, racconta il proprio lavoro a ‘L’espresso’.

Mister Appleton, quanti casi avete indagato finora?

“ Ho iniziato a lavorare per la Task Force nell’aprile 2006 e la guido dal marzo 2007. Abbiamo condotto indagini su 186 contratti e identificato 15 casi di corruzione, ma ci sono tanti fascicoli aperti, anche molto significativi. Le conclusioni ci saranno entro fine anno”.

Quante aziende avete fatto sospendere dalla lista dei fornitori Onu?

“Più di 40. Ma quello che è importante è che l’Onu ha aumentato il livello di sorveglianza sui fornitori. E che le stesse aziende adesso indottrinino i loro manager sui comportamenti da tenere. Molti si sono addirittura autodenunciati alla Task Force, per evitare pene pesanti. Senza di noi, questi fornitori, e soprattutto i loro intermediari che abusano del sistema, avrebbero continuato a portare avanti le loro pratiche corrotte”.

Quindi ritiene che la sua Task Force faccia veramente la differenza?

“Non solo siamo un deterrente, ma forniamo indicazioni precise al comitato Onu che deve sanzionare queste aziende. Per esempio, grazie al nostro intervento, è stata istituita una serie di controlli preventivi sui fornitori per acquisire informazioni critiche e obbligarli a collaborare nel caso in cui siano oggetto di audit o di indagini”.

Può fare una stima delle somme sottratte dai funzionari Onu corrotti?

“Il valore dei contratti colpiti da corruzione supera i 700 milioni di dollari, ma ciò non significa che il danno per l’Onu abbia raggiunto questo importo. Credo che comunque la cifra degli appalti incriminati salirà entro la fine dell'anno”.