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Griffe in nero
Dalla
fine degli anni Ottanta Massimo Pedio ha studiato il territorio. Così è nato un
unico stabilimento che ospita più aziende italiane: le due più importanti sono
la Italcolour, che produce filati, e la Maxco, che sforna abbigliamento e
accessori. Il tutto mandato avanti insieme a soci locali. Prima di lanciarsi
nell'avventura Datch, realizzavano magliette per altri marchi amati dai
teenager. Anche in questo caso con qualche strascico giudiziario. Nel 2003, per
esempio, hanno affrontato in Pakistan una causa con i titolari del logo
Lonsdale Londons - altro nome che va forte tra gli adolescenti - che li
accusava di avere invaso mercati senza licenza di esportazione. Nel
maggio 2008 invece il Tribunale di Verona ha condannato Adriano Pedio per avere
fabbricato e venduto felpe di Superman: davanti al pubblico ministero Marco
Zenatelli se l'è cavata con una multa da 12 mila euro. Quisquilie rispetto agli
affari dei Datch Brothers, che non temono nemmeno la criptonite Blitz in
fabbrica Ispettorato del lavoro e carabinieri hanno controllato i più
importanti impianti italiani della Datch. I risultati delle indagini hanno
portato a ipotizzare una sorta di traffico di manodopera da Karachi alla
pianura Padana. Il meccanismo appare semplice: i cittadini pachistani ottengono
un visto per affari. Entrano in Italia come se fossero commercianti o manager
in trattative con la holding o con qualche società collegata. Invece parecchi
finiscono nelle filiere dei fratelli Pedio, ricevendo un forfait, senza
contributi o tasse. Secondo gli investigatori un mese da operai, senza orari,
veniva retribuito con 600 euro lordi. Nel 2006
l'Ispettorato di Verona si è insospettito per questo via vai di asiatici a
Sommacampagna e ha fatto scattare un blitz. Nella fabbrica della Rubra sono
stati scoperti 13 pachistani senza un contratto regolare. Secondo gli
ispettori, vivevano in un garage. Adriano Pedio è stato denunciato.
L'istruttoria condotta dal pm Giovanni Piero Pascucci si è conclusa con il
patteggiamento della pena: Pedio ha concordato una sentenza a due anni,
trasformata in una multa da 25 mila euro. Un'inezia per le ricchezze della
Datch. La
sentenza è stata depositata il 17 giugno scorso. Ma la prima inchiesta non
avrebbe fatto interrompere il traffico di braccia. Una settimana prima della
sentenza, il 9 giugno, i carabinieri hanno fatto una verifica nell'impianto
della Tintotex, una storica azienda tessile cremonese all'epoca controllata
dalla holding dei Pedio. Identico
il meccanismo: i militari hanno scoperto che da almeno un anno arrivano dal
Pakistan immigrati con visto di affari. Manager? No, finivano come operai nel
capannone delle stoffe. Il nucleo dell'Ispettorato del lavoro dei carabinieri
di Cremona e la stazione di Casalbuttano hanno fatto scattare la denuncia alla
Procura di Cremona e una prima multa di 50 mila euro. Altri accertamenti sono
in corso, proprio per capire se esistessero complicità a questo import
internazionale di braccia. Strage in
Pakistan Ben più drammatiche le notizie dall'Asia, che non sono mai
arrivate in Italia. Il complesso industriale pachistano usato dalla Datch è
stato al centro di un assalto sanguinoso, dalle motivazioni ancora confuse. Un anno
fa, alla fine del dicembre 2007 un terribile rogo ha distrutto parte dello
stabilimento, bruciando vivi almeno sette lavoratori. I giornali pachistani più
importanti, tra cui i quotidiani 'Dawn' e 'The News', hanno inizialmente legato
questo disastro all'ondata di disordini scoppiati nel Paese dopo l'assassinio
di Benazir Buttho. Ma la dinamica sarebbe rimasta carica di interrogativi.
Perché i dimostranti avrebbero dovuto attaccare l'azienda italiana?
Un'esplosione di violenza politica? Oppure c'erano anche altre motivazioni, che
hanno spinto i rivoltosi a colpire proprio quella struttura sfruttando il momento
di caos? Sohail
Raza, segretario generale del sindacato tessile pachistano, ha dichiarato a
'The News', uno dei più importanti giornali locali: "In base alle
informazioni raccolte, la Maxco operava illegalmente, perché i tesserini di
lavoro non indicavano il nome dei dipendenti". Una contestazione tecnica,
che indica l'impossibilità di verificare chi realmente venisse impiegato nella
fabbrica. Raza ha dichiarato che "i lavoratori non erano in buoni rapporti
con i manager". Zubair Gilani, un azionista e dirigente della compagnia
Maxco ha invece spiegato: "Non ho la minima idea di chi ci possa essere
dietro l'assalto. Non credo che dietro la violenza ci siano i nostri operai o
lavoratori politicizzati di qualche movimento". Secondo
le testimonianze registrate dall'ong, il salario si aggira intorno alle 4.500
rupie al mese, circa 40 euro, per sei giorni di lavoro alla settimana per 8
ore. Gli straordinari, secondo la stessa fonte, sono imposti senza possibilità
di scelta: lavorando dodici ore al giorno per sei giorni si può arrivare a 5
mila, 6.500 rupie al massimo: meno di 60 euro per un mese passato da reclusi.
Niente sindacati, niente contratto: il minimo sgarro e, dicono, il salario
viene decurtato. Una protesta contro le ore impreviste di straordinario? Si
finisce nella lista nera o si perde il lavoro. Le donne subiscono forme di
molestia sessuale. "Siamo
soggette a un'enorme pressione", spiegano le operaie agli esponenti
dell'Ong, ma non sono disposte a parlarne, perché si sentono minacciate.
Racconta un operaio nella testimonianza registrata dalla Pakistan FisherFolk
Forum nello scorso autunno: "Una volta all'anno gli ispettori governativi
visitano la fabbrica per monitorare le condizioni di lavoro. In quei giorni,
tutto quello che c'è di disumano diventa umano e improvvisamente le condizioni
migliorano". E un
altro testimone: "Le violenze contro i lavoratori erano semplicemente
troppe fino a qualche anno fa. Ora le cose vanno un po' meglio, ma la violenza
c'è ancora. Il management ovviamente non è coinvolto, non li vediamo
direttamente all'opera, ma si può capire che tutto quello che succede nella
fabbrica, succede con il permesso dei proprietari e dei manager". La
manager denuncia 'L'espresso' è riuscito a rintracciare una sola testimonianza
italiana sulla situazione nell'impianto. Valeria Felline, titolare di una ditta
tessile in Italia, nel 2006 è stata due mesi a Karachi come consulente della
Maxco: un rapporto chiuso con una controversia legale contro i creatori della
Datch, tutt'ora aperta. La signora Felline parla di un clima di intimidazione
verso gli operai: "Io notavo questo senso di soggezione dei lavoratori. Si
vedeva il risentimento e dissi: 'Non vanno trattate così le persone, perché poi
a lungo andare...'. In
seguito venni a sapere che in più di un'occasione c'erano state
ribellioni". Precisa di non aver assistito "personalmente ai
pestaggi", che le sono stati "raccontati da Marco Capra",
all'epoca amministratore di Tintotex, controllata dalla Rubra di Adriano Pedio.
Come uomo di fiducia dei Pedio - spiega Valeria Felline - Capra e altri
dipendenti della Rubra, tipo la fidanzata del Capra, si sono ritrovati a
passare anche lunghi periodi dell'anno nell'impianto pachistano. "Ci
raccontava questi episodi e ci diceva che in parecchie occasioni erano ricorsi
alla violenza per sedare le ribellioni di questi operai, che insorgevano perché
gli stipendi venivano pagati in ritardo o non correttamente. Diceva che li
avevano picchiati coi manganelli e costretti a sottostare alle loro
condizioni". Le
lavoratrici della Maxco hanno spiegato agli inviati della Ong FisherFolk Forum
come, pur di avere uno stipendio in più per sfamare la famiglia, procurano alle
proprie figlie documenti falsi che ne attestino la maggiore età in modo da
poter lavorare nella fabbrica. I guadagni dei mariti pescatori sono
insufficienti a tirare avanti. "Ci sono molte ragazzine al di sotto di 15
anni. A loro diamo delle false carte di identità", racconta una di queste
donne. In questo modo l'azienda formalmente resta all'oscuro della presenza di
minorenni. Pericolo
continuo Cavi scoperti, acidi a go-go sul pavimento. Dal punto di vista
della sicurezza sul lavoro, racconta la signora Felline, nella Maxco si
lavorava "in condizioni disumane": "Gli incidenti, più o meno
gravi, erano all'ordine del giorno". Ricorda di aver assistito a infortuni
in cui i lavoratori venivano lasciati in un angolo, senza che nessuno li
soccorresse, né i lavoratori pachistani né quelli italiani presenti in
fabbrica. Come la volta in cui il pezzo di una macchina finì sulla testa di un
operaio, facendolo crollare a terra. "Per me era normale che venisse soccorso,
per cui mi è venuto l'istinto di intervenire. Ma sono stata bloccata da altri
italiani che mi dissero: 'Se la vedono tra loro...'. Però quel lavoratore
restava per terra. E poi mi è stato spiegato: 'Rimangono lì e buona notte. Se
sono in grado di fare da soli, bene, altrimenti vengono allontanati". I colori
del veleno Anche la situazione ambientale dell'impianto sarebbe
vergognosa. L'Ong ambientalista pachistana, Shehri (www.shehri. org), ha
indagato sul sistema di smaltimento dei rifiuti della Maxco. La Shehri ha
redatto un rapporto agghiacciante, consegnato a 'L'espresso': "Durante una
nostra ricognizione nel luglio 2008, abbiamo accertato che non c'è in funzione
un impianto di trattamento per i liquami e i residui di produzione. Prima, attraverso
un condotto, finivano direttamente nel Korangi Creek (uno dei diciassette rami
in cui si divide la foce del fiume Indo, ndr)". Ora, spiegano gli
ambientalisti, i rifiuti liquidi verrebbero travasati su delle autocisterne.
Gli attivisti della Shehri ne hanno seguita una, fotografandola: "Si è
fermata presso la cloaca di Korangi, che ha 14grandi fosse che vanno dritte nel
Mar Arabico, e ha scaricato direttamente lì in quella fogna i rifiuti di
lavorazione". A Karachi
funziona così. Rifiuti e veleni stanno distruggendo per sempre il patrimonio
ittico che sfamava un popolo. E i pescatori senza lavoro devono accettare le
regole imposte dalla fabbrica. Le autorità lo sanno benissimo, ma non
intervengono. Anche per questo le aziende straniere vanno in Pakistan: "Sfruttano
la debolezza del nostro sistema", racconta il documento della Shehri. E
cercano in tutti i modi si non dare nell'occhio. Anche l'azienda del logo
vincente, in Pakistan sceglie l'anonimato: "Non ci sono insegne esterne
all'ingresso principale", raccontano i lavoratori al FisherFolk Forum. Secondo
quanto risulta a 'L'espresso' la crisi economica ha spinto la Datch a
ridimensionare i piani di sviluppo trionfali previsti per il 2009. La relazione
di bilancio della capogruppo Masterbox - che a sua volta fa riferimento a una
società lussemburghese - parlava di 140 punti vendita da aprire, di nuovi
accordi per sponsorizzazioni, di potenziare la produzione della Tintotex. La
gelata invece ha imposto una frenata. In
Pakistan il peso della gestione è passato soprattutto ai soci locali, ma le Ong
confermano che dai telai continuano a uscire magliette con il logo veneto. Che
dire? Niente di più del solito spot Datch, ripetuto nelle serate delle
discoteche di tutta Italia: 'Mondi scintillanti. Personaggi attraenti. Lunga
vita al glam'. Venticinquemila
iscritti e un leader carismatico, Mohammad Ali Shah, che difende da
sempre una delle comunità più povere e marginalizzate del pianeta. È il 'Pakistan
FisherFolk Forum' noto più spesso con l'acronimo PFF (www.pff.pk.org
), una ong con sede a Karachi, che lotta per la sopravvivenza e lo sviluppo dei
quattro milioni di pachistani che vivono ancora di pesca. |