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Inchieste

Griffe in nero

 
 

di Stefania Maurizi e Gianluca Di Feo (ha collaborato Paolo Tessadri)

Pubblicato su L’espresso, 25 febbraio 2009

Lo spot è immediato: 'Vizioso, un po' capriccioso sempre vincente. Va di scena la perfezione. Va di moda la finzione. È il nuovo look ‘Datch'. Con jingle come questo un marchio nato dal nulla è diventato un simbolo giovanile.

Partito da una fabbrichetta del Nord-est, ha puntato sui 'personaggi attraenti' per farsi pubblicità, sponsorizzando 'mondi scintillanti'. Ed ecco che tronisti come Costantino Vitagliano e star dei reality come Walter Nudo fanno intravvedere bicipiti scolpiti dalle mezzemaniche delle t-shirt con il logo goticheggiante; che la scritta luccica sulle selle di moto che non conoscono ostacoli e auto da 300 all'ora.

Fino alla consacrazione: il simbolo viene issato sul palaforum di Assago, diventato il 'Paladatch' dei concerti di grido. Un'insegna ammainata solo da alcune settimane, per cedere il passo alla ben più ricca Mediolanum di Ennio Doris. Ma nonostante la crisi loro vanno avanti. 'Sempre vincenti', appunto. Come l'incredibile ascesa dei fondatori, i fratelli Pedio da Sommacampagna, profonda provincia veronese. Che hanno saputo creare un successo da 50 milioni di euro l'anno con investimenti accorti di marketing.

E una catena produttiva che ha poco di etico. Due indagini hanno svelato l'uso di lavoratori in nero: manovalanza pachistana impiegata negli stabilimenti veneti e lombardi controllati dal gruppo. Non è un caso. Perché gran parte della produzione viene proprio confezionata in Pakistan, nella Maxco, dietro le alte mura di una fabbrica fortezza contestata dalle associazioni sindacali locali e sulla quale 'L'espresso' ha raccolto testimonianze sconvolgenti.

Gemelli fashion Gli inventori di Datch sono due gemelli, Adriano e Massimo Pedio, 47 anni. Il loro regno ha una testa, la Rubra Srl di Sommacampagna, paesone del Veronese, e due braccia: l'industria tessile Tintotex di Casalbuttano (Cremona) e una grande area industriale in Pakistan. Laggiù, nella regione di Karachi, l'arrivo degli italiani era apparso come una benedizione.

L'impianto è stato costruito nel delta del fiume Indo, non lontano da un villaggio di pescatori chiamato Hibraim Hyderi. Il numero dei dipendenti oscilla a seconda delle stagioni: si parla di un massimo di 2.200 lavoratori per la produzione di stoffe e capi.

Dalla fine degli anni Ottanta Massimo Pedio ha studiato il territorio. Così è nato un unico stabilimento che ospita più aziende italiane: le due più importanti sono la Italcolour, che produce filati, e la Maxco, che sforna abbigliamento e accessori. Il tutto mandato avanti insieme a soci locali. Prima di lanciarsi nell'avventura Datch, realizzavano magliette per altri marchi amati dai teenager. Anche in questo caso con qualche strascico giudiziario. Nel 2003, per esempio, hanno affrontato in Pakistan una causa con i titolari del logo Lonsdale Londons - altro nome che va forte tra gli adolescenti - che li accusava di avere invaso mercati senza licenza di esportazione.

Nel maggio 2008 invece il Tribunale di Verona ha condannato Adriano Pedio per avere fabbricato e venduto felpe di Superman: davanti al pubblico ministero Marco Zenatelli se l'è cavata con una multa da 12 mila euro. Quisquilie rispetto agli affari dei Datch Brothers, che non temono nemmeno la criptonite

Blitz in fabbrica Ispettorato del lavoro e carabinieri hanno controllato i più importanti impianti italiani della Datch. I risultati delle indagini hanno portato a ipotizzare una sorta di traffico di manodopera da Karachi alla pianura Padana. Il meccanismo appare semplice: i cittadini pachistani ottengono un visto per affari. Entrano in Italia come se fossero commercianti o manager in trattative con la holding o con qualche società collegata. Invece parecchi finiscono nelle filiere dei fratelli Pedio, ricevendo un forfait, senza contributi o tasse. Secondo gli investigatori un mese da operai, senza orari, veniva retribuito con 600 euro lordi.

Nel 2006 l'Ispettorato di Verona si è insospettito per questo via vai di asiatici a Sommacampagna e ha fatto scattare un blitz. Nella fabbrica della Rubra sono stati scoperti 13 pachistani senza un contratto regolare. Secondo gli ispettori, vivevano in un garage. Adriano Pedio è stato denunciato. L'istruttoria condotta dal pm Giovanni Piero Pascucci si è conclusa con il patteggiamento della pena: Pedio ha concordato una sentenza a due anni, trasformata in una multa da 25 mila euro. Un'inezia per le ricchezze della Datch.

La sentenza è stata depositata il 17 giugno scorso. Ma la prima inchiesta non avrebbe fatto interrompere il traffico di braccia. Una settimana prima della sentenza, il 9 giugno, i carabinieri hanno fatto una verifica nell'impianto della Tintotex, una storica azienda tessile cremonese all'epoca controllata dalla holding dei Pedio.

Identico il meccanismo: i militari hanno scoperto che da almeno un anno arrivano dal Pakistan immigrati con visto di affari. Manager? No, finivano come operai nel capannone delle stoffe. Il nucleo dell'Ispettorato del lavoro dei carabinieri di Cremona e la stazione di Casalbuttano hanno fatto scattare la denuncia alla Procura di Cremona e una prima multa di 50 mila euro. Altri accertamenti sono in corso, proprio per capire se esistessero complicità a questo import internazionale di braccia.

Strage in Pakistan Ben più drammatiche le notizie dall'Asia, che non sono mai arrivate in Italia. Il complesso industriale pachistano usato dalla Datch è stato al centro di un assalto sanguinoso, dalle motivazioni ancora confuse.

Un anno fa, alla fine del dicembre 2007 un terribile rogo ha distrutto parte dello stabilimento, bruciando vivi almeno sette lavoratori. I giornali pachistani più importanti, tra cui i quotidiani 'Dawn' e 'The News', hanno inizialmente legato questo disastro all'ondata di disordini scoppiati nel Paese dopo l'assassinio di Benazir Buttho. Ma la dinamica sarebbe rimasta carica di interrogativi. Perché i dimostranti avrebbero dovuto attaccare l'azienda italiana? Un'esplosione di violenza politica? Oppure c'erano anche altre motivazioni, che hanno spinto i rivoltosi a colpire proprio quella struttura sfruttando il momento di caos?

Sohail Raza, segretario generale del sindacato tessile pachistano, ha dichiarato a 'The News', uno dei più importanti giornali locali: "In base alle informazioni raccolte, la Maxco operava illegalmente, perché i tesserini di lavoro non indicavano il nome dei dipendenti". Una contestazione tecnica, che indica l'impossibilità di verificare chi realmente venisse impiegato nella fabbrica. Raza ha dichiarato che "i lavoratori non erano in buoni rapporti con i manager". Zubair Gilani, un azionista e dirigente della compagnia Maxco ha invece spiegato: "Non ho la minima idea di chi ci possa essere dietro l'assalto. Non credo che dietro la violenza ci siano i nostri operai o lavoratori politicizzati di qualche movimento".

Muro di silenzio Dopo il disastro, l'impianto è stato circondato con un alto muro di cinta e torrette di guardia, presidiate da vigilantes armati di fucile. Per capire di più sulle condizioni di lavoro, 'L'espresso' ha contatto il FisherFolk Forum, una Ong diventata famosa a livello internazionale per l'impegno nella tutela delle popolazioni del delta dell'Indo (vedi box qui sotto).

Secondo le testimonianze registrate dall'ong, il salario si aggira intorno alle 4.500 rupie al mese, circa 40 euro, per sei giorni di lavoro alla settimana per 8 ore. Gli straordinari, secondo la stessa fonte, sono imposti senza possibilità di scelta: lavorando dodici ore al giorno per sei giorni si può arrivare a 5 mila, 6.500 rupie al massimo: meno di 60 euro per un mese passato da reclusi. Niente sindacati, niente contratto: il minimo sgarro e, dicono, il salario viene decurtato. Una protesta contro le ore impreviste di straordinario? Si finisce nella lista nera o si perde il lavoro. Le donne subiscono forme di molestia sessuale.

"Siamo soggette a un'enorme pressione", spiegano le operaie agli esponenti dell'Ong, ma non sono disposte a parlarne, perché si sentono minacciate. Racconta un operaio nella testimonianza registrata dalla Pakistan FisherFolk Forum nello scorso autunno: "Una volta all'anno gli ispettori governativi visitano la fabbrica per monitorare le condizioni di lavoro. In quei giorni, tutto quello che c'è di disumano diventa umano e improvvisamente le condizioni migliorano".

E un altro testimone: "Le violenze contro i lavoratori erano semplicemente troppe fino a qualche anno fa. Ora le cose vanno un po' meglio, ma la violenza c'è ancora. Il management ovviamente non è coinvolto, non li vediamo direttamente all'opera, ma si può capire che tutto quello che succede nella fabbrica, succede con il permesso dei proprietari e dei manager".

La manager denuncia 'L'espresso' è riuscito a rintracciare una sola testimonianza italiana sulla situazione nell'impianto. Valeria Felline, titolare di una ditta tessile in Italia, nel 2006 è stata due mesi a Karachi come consulente della Maxco: un rapporto chiuso con una controversia legale contro i creatori della Datch, tutt'ora aperta. La signora Felline parla di un clima di intimidazione verso gli operai: "Io notavo questo senso di soggezione dei lavoratori. Si vedeva il risentimento e dissi: 'Non vanno trattate così le persone, perché poi a lungo andare...'.

In seguito venni a sapere che in più di un'occasione c'erano state ribellioni". Precisa di non aver assistito "personalmente ai pestaggi", che le sono stati "raccontati da Marco Capra", all'epoca amministratore di Tintotex, controllata dalla Rubra di Adriano Pedio. Come uomo di fiducia dei Pedio - spiega Valeria Felline - Capra e altri dipendenti della Rubra, tipo la fidanzata del Capra, si sono ritrovati a passare anche lunghi periodi dell'anno nell'impianto pachistano. "Ci raccontava questi episodi e ci diceva che in parecchie occasioni erano ricorsi alla violenza per sedare le ribellioni di questi operai, che insorgevano perché gli stipendi venivano pagati in ritardo o non correttamente. Diceva che li avevano picchiati coi manganelli e costretti a sottostare alle loro condizioni".

Perline e ragazzine La Felline parla a 'L'espresso' anche di minorenni impiegati nel capannone sulla foce dell'Indo. "C'erano una cinquantina di ragazzini, ritengo dai dieci ai 15 anni, ma sicuramente non più grandi. Erano assegnati soprattutto a lavori di ricamo, ad attaccare perline, strass e tutte quelle cose che decorano le magliette", ricorda. "La fidanzata di Marco Capra, persona di fiducia dei Pedio, mi disse che quei poveri ragazzini lavoravano lì una quantità di ore inimmaginabile, inginocchiati per terra, in quell'ambiente poco illuminato, dalla mattina alla sera. C'era una predisposizione a considerare quelle persone delle bestie, a raccontare dei bambini con quella pena che si può provare per un animale". Ma in quella zona il lavoro minorile è una scelta obbligata.

Le lavoratrici della Maxco hanno spiegato agli inviati della Ong FisherFolk Forum come, pur di avere uno stipendio in più per sfamare la famiglia, procurano alle proprie figlie documenti falsi che ne attestino la maggiore età in modo da poter lavorare nella fabbrica. I guadagni dei mariti pescatori sono insufficienti a tirare avanti. "Ci sono molte ragazzine al di sotto di 15 anni. A loro diamo delle false carte di identità", racconta una di queste donne. In questo modo l'azienda formalmente resta all'oscuro della presenza di minorenni.

Pericolo continuo Cavi scoperti, acidi a go-go sul pavimento. Dal punto di vista della sicurezza sul lavoro, racconta la signora Felline, nella Maxco si lavorava "in condizioni disumane": "Gli incidenti, più o meno gravi, erano all'ordine del giorno". Ricorda di aver assistito a infortuni in cui i lavoratori venivano lasciati in un angolo, senza che nessuno li soccorresse, né i lavoratori pachistani né quelli italiani presenti in fabbrica. Come la volta in cui il pezzo di una macchina finì sulla testa di un operaio, facendolo crollare a terra. "Per me era normale che venisse soccorso, per cui mi è venuto l'istinto di intervenire. Ma sono stata bloccata da altri italiani che mi dissero: 'Se la vedono tra loro...'. Però quel lavoratore restava per terra. E poi mi è stato spiegato: 'Rimangono lì e buona notte. Se sono in grado di fare da soli, bene, altrimenti vengono allontanati".

I colori del veleno Anche la situazione ambientale dell'impianto sarebbe vergognosa. L'Ong ambientalista pachistana, Shehri (www.shehri. org), ha indagato sul sistema di smaltimento dei rifiuti della Maxco. La Shehri ha redatto un rapporto agghiacciante, consegnato a 'L'espresso': "Durante una nostra ricognizione nel luglio 2008, abbiamo accertato che non c'è in funzione un impianto di trattamento per i liquami e i residui di produzione. Prima, attraverso un condotto, finivano direttamente nel Korangi Creek (uno dei diciassette rami in cui si divide la foce del fiume Indo, ndr)". Ora, spiegano gli ambientalisti, i rifiuti liquidi verrebbero travasati su delle autocisterne. Gli attivisti della Shehri ne hanno seguita una, fotografandola: "Si è fermata presso la cloaca di Korangi, che ha 14grandi fosse che vanno dritte nel Mar Arabico, e ha scaricato direttamente lì in quella fogna i rifiuti di lavorazione".

A Karachi funziona così. Rifiuti e veleni stanno distruggendo per sempre il patrimonio ittico che sfamava un popolo. E i pescatori senza lavoro devono accettare le regole imposte dalla fabbrica. Le autorità lo sanno benissimo, ma non intervengono. Anche per questo le aziende straniere vanno in Pakistan: "Sfruttano la debolezza del nostro sistema", racconta il documento della Shehri. E cercano in tutti i modi si non dare nell'occhio. Anche l'azienda del logo vincente, in Pakistan sceglie l'anonimato: "Non ci sono insegne esterne all'ingresso principale", raccontano i lavoratori al FisherFolk Forum.

Secondo quanto risulta a 'L'espresso' la crisi economica ha spinto la Datch a ridimensionare i piani di sviluppo trionfali previsti per il 2009. La relazione di bilancio della capogruppo Masterbox - che a sua volta fa riferimento a una società lussemburghese - parlava di 140 punti vendita da aprire, di nuovi accordi per sponsorizzazioni, di potenziare la produzione della Tintotex. La gelata invece ha imposto una frenata.

In Pakistan il peso della gestione è passato soprattutto ai soci locali, ma le Ong confermano che dai telai continuano a uscire magliette con il logo veneto. Che dire? Niente di più del solito spot Datch, ripetuto nelle serate delle discoteche di tutta Italia: 'Mondi scintillanti. Personaggi attraenti. Lunga vita al glam'.

I Robin Hood dei pescatori

Venticinquemila iscritti e un leader carismatico, Mohammad Ali Shah, che difende da sempre una delle comunità più povere e marginalizzate del pianeta. È il 'Pakistan FisherFolk Forum' noto più spesso con l'acronimo PFF (www.pff.pk.org ), una ong con sede a Karachi, che lotta per la sopravvivenza e lo sviluppo dei quattro milioni di pachistani che vivono ancora di pesca.

Combattono contro compagnie internazionali che saccheggiano il patrimonio ittico del paese, portano avanti una guerra tra poveri con i pescherecci coreani e cinesi, lottano contro l'onnipotente esercito del Pakistan, che gode di privilegi economici perfino nel settore della pesca. Ma la sfida più grande è quella contro l'inquinamento e la devastazione ambientale.

"I rifiuti industriali ci stanno distruggendo", racconta Abdullah Khoso del PFF: "Nel maggio scorso centinaia di tonnellate di pesce morto galleggiavano proprio nelle aree in cui gli scarti di lavorazione finiscono in mare. E la maggior parte dei pescatori è troppo povera per andare al largo: sono costretti a lavorare dove l'acqua è molto inquinata". Tant'è vero che il loro pesce non può essere commercializzato in Europa: "È bandito per condizioni igieniche", spiega Abdullah.

Da dieci anni il PFF tiene duro, ma la strada da fare è tantissima e la povertà sempre più estrema. Spesso allontanati a forza dalle coste in nome del turismo, privi delle risorse più basilari, dall'acqua potabile alla sanità fino all'istruzione, i pescatori sono sempre più tentati di abbandonare il mare per rinchiudersi in quelle fabbriche che avvelenano la loro unica fonte di sostentamento. S. M.