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L’ITALIANO CHE
CONTROLLA PER L’ONU I SITI NUCLEARI DELLA COREA DEL NORD Stefania Maurizi Pubblicato su Il Venerdì de La Repubblica, 17 agosto 2007 Sono
da anni al centro dell’attenzione del mondo, eppure di loro si sa veramente
poco. I loro nomi non circolano, sono tenuti a rispettare una rigorosa non disclosure policy, che non permette
loro di rivelare i particolari del proprio lavoro e, mantenendo il loro tipico basso
profilo, viaggiano dove c’è bisogno: in Iraq, alla ricerca dell’atomica di
Saddam mai esistita, in Corea del Nord, nell’Iran di Ahmadinejad, che non molla
il suo ambiguo programma nucleare. Sono gli ispettori dell’AIEA, l’Agenzia
Internazionale per l’Energia Atomica dell’ONU, che vigila sull’uso pacifico
dell’energia nucleare. A guidare l’ufficio di Tokyo, che supporta le ispezioni
in tutto il sud est asiatico (Corea del Nord inclusa) c’è un giovane italiano:
Massimo Aparo. Il Venerdì gli ha chiesto di raccontare quello che può del suo
lavoro. Dottor Aparo, com’è iniziata la sua
carriera all’AIEA? Con
la laurea in ingegneria nucleare a Roma, perché ho fatto una tesi proprio sulle
Safeguards, i controlli necessari per
verificare che un paese firmatario del Trattato di Non Proliferazione non porti
avanti programmi militari nascosti. Ho iniziato a lavorare su questi problemi
con L’ENEA e dopo un’esperienza più che decennale sono arrivato all’Agenzia. Il vostro è un lavoro che ha un
impatto di grandissima portata, come abbiamo visto in Iraq prima, e come stiamo
vedendo in Iran ora. E’ comprensibile, quindi, che lavoriate nel riserbo più
assoluto, tenendo alla larga i reporter. Che succede esattamente durante le
ispezioni? Come funzionano? La
prima cosa che facciamo, quando entriamo in un impianto nucleare, è farci dare
i “libri contabili”, dove sono registrate le quantità di materiale nucleare
presente nell’impianto e tutti i loro movimenti. Verifichiamo i documenti, facendo
delle misurazioni con strumenti molto sofisticati e poi possiamo contare su
tutta una serie di tecnologie installate in modo permanente nei siti nucleari che
si sottopongono alle ispezioni AIEA. Che tipo di tecnologie? Strumenti
che monitorano costantemente il passaggio di materiali nucleari e telecamere
che ci permettono di controllare 24 ore su 24 quello che avviene nell’impianto.
Sono telecamere estremamente avanzate, antieffrazione e che trasmettono
immagini autenticate e criptate, in modo che le informazioni non viaggino in
chiaro e non siano manipolabili. Qualsiasi tentativo di manomissione delle
telecamere verrebbe smascherato. Quindi lei ha sostanzialmente
fiducia nel fatto che ormai, nel 2007, se un paese bluffa e usa un programma
civile a copertura di uno militare, in realtà, rischia moltissimo, perché i
mezzi per smascherarlo ci sono? Ci
sono molte tecnologie estremamente sofisticate e l’Agenzia continua a
svilupparne: ha un gruppo di esperti che si occupa proprio di questo. Se guardiamo al caso di paesi con
programmi nucleari controversi, come l’Iraq o l’Iran, è possibile capire che il
problema non è tanto riuscire a verificare gli impianti che un paese dichiara -
perché quelli li potete ‘passare ai raggi X’ - il problema è piuttosto riuscire
a capire se un paese possiede impianti non dichiarati, costruiti in gran
segreto e utilizzati per un programma militare clandestino, come fece Saddam
negli anni ‘80… E
infatti, dopo quello che è successo in Iraq in quegli anni, l’Agenzia ha
sviluppato un protocollo di ispezioni molto invasive, proprio perché non basta
verificare quello che un paese dichiara, occorre anche accertare che dichiari
tutto. L’Agenzia non ha una sua
intelligence, ma accetta intelligence dai paesi membri per capire che succede
in un certo paese? Noi
lavoriamo soprattutto sulle nostre informazioni, perché quelle che ci offrono
gli altri devono essere valutate molto attentamente. L’AIEA non ha ‘spie’, ma
ha i suoi analisti. E analizzando le open
sources e le immagini satellitari è possibile raccogliere un’enorme mole di
dati oggettivi. Ogni anno, l’Agenzia mette insieme i dati raccolti in questo
modo e i risultati delle ispezioni, creando un rapporto che descrive in
dettaglio sia la contabilità dei materiali nucleari sia lo stato di tutte le
attività nucleari svolte da un paese. Valutando questo rapporto, l’AIEA
conclude se lo stato in questione sta rispettando il trattato di non proliferazione,
oppure se ci sono anomalie che vanno chiarite o addirittura portate
all’attenzione del ‘Board of Governors’, un’entita’ simile al consiglio di
sicurezza dell’ONU. Tornando a lei, dove ha condotto
ispezioni? In
tutto il mondo, a parte la Corea del Nord, dove non sono ancora andato, ma ci
andrò nei prossimi mesi, e a parte l’Iraq: avevo già pronto il biglietto, ma è
scoppiata la guerra… E’ un lavoro pericoloso? C’è
la possibilità di essere esposti a radiazioni, ma è una possibilità minima,
perché gli impianti sono tutti molto controllati e anche noi siamo molto
controllati con esami del sangue fatti regolarmente. Quindi sì, è un lavoro che
ha un suo livello di rischio, ma non più alto di quello di altri lavori. Quanti italiani ci sono nella
sezione ispezioni dell’AIEA? Pochissimi:
7-8 persone su un totale di 500. Dunque una presenza decisamente
marginale. Eppure l’Italia aveva una grande tradizione nel settore nucleare… Negli
anni ’60 eravamo al terzo posto in Europa, subito dopo Francia e Inghilterra, e
potevamo vantare esperti conosciuti in tutto il mondo. Poi, però, gli esperti si
sono dovuti riconvertire o hanno dovuto lasciare l’Italia, visto che abbiamo
scelto di uscire completamente dal nucleare, abbandonando perfino la ricerca. Quando
non c’è un’attività di qualche tipo è difficile mantenere l’expertise: le conoscenze rimangono sui
libri. L’incubo di questi anni è il
terrorismo nucleare, ovvero la possibilità che un’arma nucleare, anche
rudimentale, possa finire nelle mani di un gruppo terroristico, uno scenario questo
apocalittico e contro il quale c’è una sola azione efficace: la prevenzione. Come
può la nostra intelligence operare in settori come la controproliferazione, se le
competenze sono completamente perse? Normalmente
l’intelligence normalmente si avvale di esperti scientifici per supportare
certe indagini, se l’expertise non c’è più, o ricorre agli ultimi rimasti in
Italia - persone di una certa età che hanno ancora qualche nozione, magari
ferma a 20 anni fa - oppure si appoggia ad altri paesi. Anche la scelta di appoggiarsi ad
altri, però, non è priva di conseguenze…il nucleare non è forse un settore
sensibile? Sì,
è un’attività strategica ed è sempre gestita a livello statale, per cui le
informazioni possono essere fornite anche in base a una precisa agenda. Tra
l’altro, come dicevo, l’Italia ha chiuso anche con la ricerca sul nucleare e
uno degli aspetti positivi della ricerca è che permette di stabilire una rete
di conoscenze, in cui le informazioni circolano. Quindi i limiti della nostra
intelligence in situazioni come il Nigergate possono essere anche dovuti a
questo problema. Certamente.
Concludendo, consiglierebbe a un
giovane di fare il suo mestiere? E’
un lavoro veramente interessante e mi ritengo fortunato anche perché ha un
doppio aspetto: tecnico e tecnologico, ma anche politico. E’ comunque totalizzante
e molto faticoso: l’ispettore viaggia 100 giorni su 300 lavorativi. |